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Consigli carriera

Discussioni generiche


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Vecchio 09-12-2016, 14:55
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Salve, non ho trovato una sezione attinente e ho deciso di pubblicare qui il mio quesito...
Sono uno studente di Economia e commercio (laurea triennale ) di Bari e sono prossimo alla laurea...vorrei dei consigli sul prosieguo della mia carriera universitaria e considerando che sto iniziando solo ora ( non linciatemi per questo ) a pensare in maniera più concreta al mio futuro lavoro, trovando interesse per il mondo della finanza ... vi presento le soluzioni da me trovate :

- Continuare gli studi con la laurea magistrale in Economia degli Intermediari e dei Mercati Finanziari ( Bari ) e contemporaneamente studiare per ottenere l'attestazione cambridge di livello B2 ( considerando che ho una conoscenza della lingua inglese solo a livello scolastico ed è un requisito richiesto oramai in ogni ambito lavorativo ). E solo dopo la magistrale cercare un master che mi fornisca maggiore specializzazione e accesso al mondo del lavoro quantomeno attraverso stage in società di rilievo che possano arricchire il CV.

- Oppure seguire presso la Lum di Trani il Master in Analisi finanziaria e di borsa del costo di 10 mila euro che ha una durata di 12 mesi e garantisce poco più di 3 mesi di stage, all'interno dell'anno di master, presso le aziende partner che inoltre interverranno attraverso propri rappresentanti con lezioni da loro effettuate : Orbex, ActivTrade, Unicredit, Borsa Italiana Spa, Bcc, WeBank e un altra società. E in più frequentare il corso di inglese per migliorare e risultare più appetibile sotto questo aspetto dalle aziende partner anche per un eventuale assunzione.
Inoltre tale master fornisce 60 cfu, ciò significa che mi sarà sufficiente fare solo un anno per conseguire la relativa laurea magistrale.

La seconda soluzione appare come la migliore ma ho diversi dubbi:

- La laurea magistrale conseguita in un istituto privato come la Lum viene vista allo stesso livello di quella ottenuta alla pubblica oppure vi è "discriminazione" verso questa tipologia di istituti nel mondo del lavoro?

- Vale la pena spendere ben 10 mila euro per un master ? o sono solo tempo e denaro persi inutilmente? cosa ne pensate voi consultando il link da me riportato?

- che tipo di percorso mi consigliereste al di là delle alternative da me prospettate in questo post?

Vi ringrazio in anticipo per le eventuali risposte.
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Vecchio 10-12-2016, 00:37
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Allora... ho avuto modo di interloquire con una persona che si occupa di recruiting per grandi aziende, anche tramite giornate di presentazione all'interno delle università. Mi ha detto che loro sostanzialmente raccolgono tutti i curriculum, ma poi tengono solamente quelli delle persone che hanno una laurea magistrale, conseguita con voto alto e in giovane età. Tutti gli altri li cestinano.
Al che gli ho fatto notare che c'è la possibilità di cestinare anche dei laureati in gamba, che magari non si sono laureati in tempo perchè nel frattempo hanno lavorato per pagarsi gli studi.
Lui mi ha dato ragione, però fa quello che gli chiedono le aziende: cerca gente giovane con laurea magistrale conseguita brillantemente. Le lauree triennali non sono considerate, e i master men che meno. Inoltre tutte le esperienze lavorative dei neolaureati contano zero, d'altro canto per la maggior parte o per la totalità possono essere completamente inventate.
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Vecchio 10-12-2016, 02:39
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pertanto mi consigli di lasciar perdere il master e di buttarmi a capofitto sulla magistrale cercando di conseguirla con il massimo dei voti entro i 25 max 26 anni?
E in questo caso a me interesserebbe una laurea in economia degli intermediari e dei mercati finanziari...credi sia spendibile sul mercato del lavoro? o è meglio proiettarsi su altro?
Quali sono le figure più ricercate nell'ambito dell'economia e della finanza?
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Vecchio 10-12-2016, 10:09
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pertanto mi consigli di lasciar perdere il master e di buttarmi a capofitto sulla magistrale cercando di conseguirla con il massimo dei voti entro i 25 max 26 anni?
Questo è quello che mi è stato riferito da un esperto del settore, uno che fa la prima scrematura per selezionare chi andrà a fare i colloqui di assunzione in azienda. Comunque anche se non prendi il massimo non è un dramma, l'importante è che tu sia giovane al momento della laurea.
Inoltre mi ha pure detto che non sono ben visti in Italia i periodi di formazione culturale personale dopo il diploma. Nei paesi anglosassoni capita spesso che dopo il diploma ci si prende un anno sabbatico per girare il mondo oppure la nazione, o magari per lavorare. Beh... da queste parti meglio lasciar perdere.

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Originariamente inviata da luigim6604 Visualizza il messaggio
E in questo caso a me interesserebbe una laurea in economia degli intermediari e dei mercati finanziari...credi sia spendibile sul mercato del lavoro? o è meglio proiettarsi su altro?
Quali sono le figure più ricercate nell'ambito dell'economia e della finanza?
Di preciso non lo so, comunque puoi farti un'idea guardando i dati occupazionali tramite il completissimo database di Almalaurea. Ti basta selezionare economia, anche per tutti gli atenei, e dopo suddividere per classi di laurea.
Condizione occupazionale dei laureati
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Vecchio 10-12-2016, 20:21
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Originariamente inviata da luigim6604 Visualizza il messaggio
- Continuare gli studi con la laurea magistrale in Economia degli Intermediari e dei Mercati Finanziari ( Bari ) e contemporaneamente studiare per ottenere l'attestazione cambridge di livello B2 ( considerando che ho una conoscenza della lingua inglese solo a livello scolastico ed è un requisito richiesto oramai in ogni ambito lavorativo ).
Il livello B2 è proprio il minimo sindacabile e, in ogni caso, la certificazione Cambridge non serve a un benemerito piffero: a chi ti assume importa che tu sappia parlare inglese, non che tu abbia un pezzo di carta.
Le certificazioni vanno prodotte solo ove espressamente richieste (peraltro il Cambridge è scarsamente riconosciuto e, in linea di massima, tutti i certificati non vengono riconosciuti se conseguiti da oltre un certo periodo di tempo). Molti di coloro che si occupano di reclutamento neanche conoscono i livelli QCER.

Quote:
E solo dopo la magistrale cercare un master che mi fornisca maggiore specializzazione e accesso al mondo del lavoro quantomeno attraverso stage in società di rilievo che possano arricchire il CV.
Gli stages non servono a niente, a meno che non rimani a lavorare laddove hai fato lo stage. Ma si deve tratare di imprese che non hanno il viziaccio di usare lo stage come strumento di evasione retributiva e contributiva. Se ti chiamano dicendo che cercano uno stagista con scopo assunzione e poi quando vai là a sostenere il colloquio scopri che c'è un altro stagista che andrà via dopo una settimana, allora ci sono molte probabilità che l'impresa appartenga a questa categoria: e si tratta di un atteggiamento invero assai diffuso anche, se non soprattutto, nelle grandi imprese (grandi in senso lato, visto che in Italia ci sono prevalentemente microimprese, che con le piccole e medie imprese esauriscono la quasi totalità del tessuto imprenditoriale, quindi le grandi imprese propriamente dette sono davvero poche).
Inoltre va detto che i master universitari di secondo livello sono davvero pochi. Conosco molti laureati che si sono iscritti alla magistrale con l'idea di fare un master dopo: nella quasi totalità dei casi si sono iscritti a un master di primo livello. Oppure si sono iscritti a una scuola associata a un politecnico che per lo stesso corso rilascia il titolo di master universitario di primo livello ai discenti laureati semplici e quello di master universitario di secondo livello ai discenti laureati magistrali.
I sedicenti master organizzati da privati, poi, sono accessibili nella pressoché totalità dei casi a laureati semplici.
Se già sei sicuro di voler prendere un master universitario, ti conviene farlo subito, anche perché moltissimi atenei ti convalidano i relativi crediti per conseguire una magistrale. Conosco diverse persone che in 5 anni hanno conseguito laurea + master universitario + laurea magistrale. La sequenza laurea + laurea magistrale + master universitario avrebbe implicato un anno in più e la ripetizione di cose già studiate (che magari era una seconda reiterazione).

Quote:
Oppure seguire presso la Lum di Trani il Master in Analisi finanziaria e di borsa del costo di 10 mila euro che ha una durata di 12 mesi e garantisce poco più di 3 mesi di stage, all'interno dell'anno di master, presso le aziende partner che inoltre interverranno attraverso propri rappresentanti con lezioni da loro effettuate : Orbex, ActivTrade, Unicredit, Borsa Italiana Spa, Bcc, WeBank e un altra società.
Innanzitutto «un'altra» si scrive con l'apostrofo. Sapere questo mi sembra il minimo per chi aspira a crte carriere.
La Lum "Jean Monnet"? Quella di Casamassima? Considera che ci sono master in università statali che costano di più. Vedi se puoi ottenere qualche borsa di studio attraverso enti pubblici estranei all'Ateneo; ad esempio se un tuo genitore è dipendente o pensionato della pubblica amministrazione ci sono i bandi Inps - gestione ex Inpdap. Inoltre mi pare che la Lum abbia delle convenzioni con degli istituti di credito per finanziamenti a tasso agevolato (non a fondo perduto però).
WeBank non è (più) una società ma un marchio di Bpm. Bcc invece è un consorzio di minuscole banche cooperative (quelle che una volta casse le rurali e artigiane).
I contatti del master sono interessati; il problema è capire se queste imprese partecipano come si suol dire «tanto per» oppure sono interessate ad attingere risorse da quei corsi.

Quote:
E in più frequentare il corso di inglese per migliorare e risultare più appetibile sotto questo aspetto dalle aziende partner anche per un eventuale assunzione.
Un'eventuale assunzione. E son due.

Quote:
Inoltre tale master fornisce 60 cfu, ciò significa che mi sarà sufficiente fare solo un anno per conseguire la relativa laurea magistrale.
Il master universitario è un titolo accademico (di livello EQF-7, pari a quello della laurea magistrale). In quanto tale il corso per conseguirlo non può durare meno di un anno accademico, che corrisponde a 60 crediti. Non si tratta dunque di una caratteristica specifica di questo master, che, inoltre, non fornisce questi crediti, ma semmai consta di essi (come la laurea consta di 180 crediti).
Un solo anno per conseguire una LM sempre che te li convalidino tutti. Questo è difficile. A meno che non vi sia già una LM nello stesso ateneo il cui regolamento didattico preveda a monte questa cosa.

Quote:
- La laurea magistrale conseguita in un istituto privato come la Lum viene vista allo stesso livello di quella ottenuta alla pubblica oppure vi è "discriminazione" verso questa tipologia di istituti nel mondo del lavoro?
La Lum non è un istituto privato ma una università pubblica non statale, in quanto tale del tutto equiparata alle università pubbliche statali. In Italia per legge le università possono essere solo pubbliche (il soggetto promotore di quelle non statali può essere non pubblico, ma devono comunque essere istituite per legge o DM) e rilasciano titoli aventi valore legale, in nome della legge (o del popolo italiano; il TUIS dice «in nome del Re» perché risale al 1933). Ovviamente non mi riferisco alle università estere in Italia, che seguono le legislazioni dei rispettivi stati (ad esempio le università pontificie, che sono per ovvie ragioni le università straniere più diffuse in Italia, applicano la legislazione dello Stato della Città del Vaticano; peraltro anche in Vaticano le università possono essere solo pubbliche, promosse direttamente dallo Stato oppure da ordini secolari o da istituti di vita consacrata, altre organizzazioni religiose di diritto pontificio, ma anche da privati. La Congregazione per l'educazione cattolica, che è il dicastero competente della Santa sede, svolge per il Vaticano sostanzialmente le stesse funzioni che il Miur, che è il dicastero competente del governo italiano, svolge per l'Italia. La Congregazione può anche riconoscere università cattoliche istituite nell'àmbito di ordinamenti di altri stati).
Ovviamente quanto detto sopra significa che il titolo di studio ha valore legale indipendentemente dall'ateneo che lo ha rilasciato. Il valore legale ha rilevanza ai fini dell'accesso a professioni regolamentate (ad esempio quella di consulente del lavoro, quella di esperto contabile e quella di dottore commercialista) e ai concorsi pubblici.
Per quanto concerne le valutazioni dei privati, posso dirti che in linea di massima le università non statali in Italia godono di buona reputazione, perlomeno quelle non telematiche. Spesso tale reputazione è immeritata o legata a motivazioni extra-accademiche, come accade con la Bocconi, che non è nota certamente per l'eccellenza della sua ricerca né per chissà quale didattica particolare o per il rigore metodologico, ma per le buone performance che i suoi laureati registrano sul mercato del lavoro. In altri casi, come quello della Cattolica (che non è una università pontificia ma una università di diirto italiano, sebbene riconosciuta dalla Chiesa), la fama è invece effettivamente legata alla qualità. Godono decisamente di cattiva reputazione, invece, almeno a giudicare da ciò che si sente in giro, Iulm e Liuc (Castellanza), la prima perché è vista come la Bocconi dei poveri (non ha legami formali con la Bocconi, ma fu fondata per volere di alcuni docenti che avevano insegnato nella soppressa facoltà di Lingue di questa), la seconda perché è stata promossa dall'Unione degli industriali della provincia di Varese ("unione industriale" come saprai è la denominazione che assumono alcune sezioni locali di Confindustria, che poi costituiscono associazioni a sé), composta da piccoli imprenditori prevalentemente legati alla Lega Nord. La Lum è stata promossa da un parlamentare, Giuseppe Degennaro (che a quanto m irisulta non era neanche laureato ma ne è stato professore e rettore), mentre la UniLink, a Roma, è stata promossa dalla filiazione in Italia della University of Malta (ateneo statale della Repubblica di Malta, l'unico presente), dietro cui c'era sempre un parlamentare, Vincenzo Scotti. Quindi ti lascio immaginare quante se ne sono dette su di esse (in Rete si trova di tutto e di più). Poi sicuramente ho sentito parlar male della Lumsa, intorno alla quale però non mi risultano scandali (che invece hanno colpito la Sapienza di Roma e l'Università di Camerino, tanto per fare degli esempi tra i tanti nell'àmbito di università statali).
Sicuramente invece sussiste un atteggiamento neutro sulla Suor Orsola Benincasa di Napoli e sull'Università degli studi di Urbino "Carlo Bo" (recentemente statalizzata), ma probabilmente solo perché si tratta di università storiche (la prima ha circa tre secoli, la seconda è addirittura una delle più antiche d'Europa). Infatti molti neanche sanno che non sono statali (nel caso dell'ateneo urbinate che non lo era). Del resto le universià, tranne la Federico II di Napoli e le tre statali siciliane, nascono tutte per iniziativa privata o religiosa, e poi sono state statalizzate nel tempo: la Sob e quella urbinate, per un motivo o per un altro, erano semplicemente sfuggite alle statalizzazioni.
Comunque questi pregiudizi lasciano il tempo che trovano. Alla fine se la Lum ti garantisce l'accesso a una posizione lavorativa interessante la carriera conterà più del titolo di studio. Magari, se proprio sei interessato a conseguire anche la laurea magistrale, potrai farlo altrove (accertandoti in anticipo se ti convalidano i crediti del master). Tieni presente che già hai una laurea all'Università degli studi di Bari "Aldo Moro". Dunque se le tue perplessità sono in ordine al fatto che qualcuno potrebbe pensare che l'università non statale è più facile hai dalla tua che la parte preponderante del percorso è stata svolta presso un ateneo statale. Per il resto, francamente a me non sembra che il differenziale tra la Università di Bari e la Lum sia chissà che. La Lum è una università pressoché sconosciuta a Roma e al Nord, ove ci sono i centri decisionali. L'Università di Bari invece non gode di particolare fama né in senso positivo né in senso negativo. Avendo vissuto dalla Toscana in su la maggior parte della mia vita, ti posso dire che da queste parti sussiste un forte, fortissimo pregiudizio sulle università meridionali, in particolare quelle calabresi (nonostante l'Università della Calabria sia un'ottima università, migliore di moltissimi atenei settentrionali sulla base di parametri oggettivi di valutazione). Da questo pregiudizio si salva solo Napoli, ma al di fuori di Milano (in cui sono abituati all'idea che in una città ci possano essere più università) non cambia niente se dici Univesrsità degli studi di Napoli Federico II o Università degli studi di Napoli "Parthenope", anzi mi è capitato di avere a che fare con gente così ignorante che chiedeva se la Federico II (che, per inciso, è la università statale e laica più antica di tutto il pianeta tra quelle tuttora esistenti: l'istituzione universitaria più antica in assoluto era invece la Schola medica salernitana, poi Studium Salerni) fosse privata! Avresti dovuto vedere la mia faccia: . Ovviamente alcuni avevano capìto il giochino e ci guazzavano, infatti una volta in un colloquio presso un'agenzia per il lavoro che credo non esista più (Creyf's), che si occupava prevalentemente di quadri e impiegati di alto livello, incontrai un ragazzo che si era laureato in Economia presso la Seconda università degli studi di Napoli (attuale Università degli studi della Campania "Luigi Vanvitelli"). Io ero seduto e lui stava sostenendo il colloquio. A un certo punto sento che il selezionatore gli dice che lui si è laureato a Napoli, che è un'ottima università (bada bene «che è un'ottima» e non «dove c'è un'ottima»). Dopo ci conoscemmo e gli chiesi se si fosse laureato alla Federico II o alla Parthenope (all'epoca alla Sob Economia non c'era e all'Orientale un corso, oggi soppresso, era stato appena istituito); lui mi rispose: «Veramente a Capua». La facoltà di Economia della Seconda università di Napoli era appunto a Capua. Ora, non so se lui avesse fatto il furbo scrivendo solo «Università degli studi di Napoli» oppure il recruiter non sapeva interpretare l'aggettivo "seconda"

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Vale la pena spendere ben 10 mila euro per un master ? o sono solo tempo e denaro persi inutilmente?
Ce ne sono anche che costano il doppio, anche presso atenei statali.
Io posso solo dire che una volta avevano una grossa efficacia, e nei primi anni della crisi potevano veramente fare la differenza; oggi purtroppo le incognite sono troppe. Quindi non mi sento di dare consigli netti ma solo di fornire strumenti per allargare gli orizzonti sulla base dei quali effettuare le valutazioni.
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Vecchio 10-12-2016, 23:13
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Allora... ho avuto modo di interloquire con una persona che si occupa di recruiting per grandi aziende, anche tramite giornate di presentazione all'interno delle università. Mi ha detto che loro sostanzialmente raccolgono tutti i curriculum, ma poi tengono solamente quelli delle persone che hanno una laurea magistrale, conseguita con voto alto e in giovane età. Tutti gli altri li cestinano.
Guarda, io non so tu con chi hai parlato, ma io in università lavoro e mi sono occupato anche di organizzarli, i career days.
Quello che mi sento di dire è che in questo mondo ognuno dice la sua e soprattutto ognuno è convinto che quello che dice lui valga per tutti gli altri, come se fosse legge.
L'unica verità è che non ci sono regole ma che ognuno tende a universalizzare il proprio microcosmo.
Di contro rispetto a quello che asserisci tu, posso dire che i dati che abbiamo raccolto quest'anno evidenziano che nel mio ateneo a un anno dalla laurea lavorano più persone che a un anno dalla laurea magistrale e che, inoltre, gli stipendi dei laureati sono maggiori che gli stipendi dei laureati magistrali. Inoltre non abbiamo rilevato differenze di genere tra i laureati, mentre le abbiamo rivelate a discapito delle donne, anche piutosto marcate, tra i laureati magistrali.
Ma i dati vanno presi con le pinze. Vi basti pensare che quando si calcola il numero di laureati si somma il numero di tutte le lauree rilasciate, sicché se la stessa persona in un decennio ha conseguito una laurea e due lauree magitrali si computano tre laureati! Ovviamente questo vale anche per gli immatricolati e gli iscritti: quando ne si calcola il numero si considera il numero delle matricole studenti emesse, e non mi risulta che vi siano università in cui anche proseguendo gli studi dalla laurea al corso di laurea magistrale senza interruzioni non si venga immatricolati due volte.
Non siamo in grado di dire quanti di quei laureati magistrali lavoravano già da quando erano laureati semplici, né (dato che le rilevazioni sono anonime) quanti sono stati censiti due volte: a uno studente che ha conseguito la laurea e la laurea magistrale entrambe da noi a distanza di un anno da quest'ultima, potrebbe essere somministrato sia il questionario a tre anni dalla laurea sia il questionario a un anno dalla laurea magistrale, con il risultato che la sua stessa condizione occupazionale viene rilevata due volte in rapporto a due titoli di studio differenti.
Ovviamente gli strumenti per migliorare queste rilevazioni statistiche ci sono, e a livello interno potremmo implementare procedure più attendibili nel giro di una settimana (a livello interuniversitario è più complesso perché non decidiamo da soli). Si tratta tuttavia di decisioni che hanno un forte impatto sull'immagine del singolo ateneo e di tutto il sistema universitario; in quanto tali sono rimesse agli organi politici e di controllo (rettore, senato accademico, consiglio di amministrazione), mentre noi personale tecnico-amministrativo, anche di livello apicale, ivi compresi i dirigenti (che comunque sono legati a una sorta di vincolo di mandato politico), siamo dei meri esecutori delle loro decisioni, che vi lascio immaginare quanto possano essere ispirate dal rigore scientifico e quanto, invece, verosimilmente influenzate dalla necessità di fare bella figura (anche perché da quei numeri dipendono, almeno in parte, i finanziamenti, su quei numeri si fondano le rivendicazioni etc. etc.).
Secondo voi perché i risvolti occupazionali dei master non vengono calcolati? Semplice: perché i master non rientrano nel fondo di finanziamento ordinario e non sono soggetti in generale a finanziamento da parte del Ministero
Per i dottorati neanche esistono strumenti di misurazione ordinari. In un ateneo so che è stato fatto uno studio da parte di docenti di statistica; questi che cosa hanno fatto? Prima hanno raccolto i dati e poi li hanno aggregati in maniera tale da farli sembrare positivi, per poi comunicarli alla stampa aspettandosi un coro di «bravi!», «bravi!» Invece non solo gli applausi non sono arrivati, ma l'unico giornale che si è filato il comunicato si è presa la briga di disaggregare i valori, perlomeno sino al livello di dettaglio cui poteva arrivare sulla base di quanto comunicatole, dimostrando che le cose stavano in maniera diametralmente opposta rispeto a come si era tentato di far passare La figuraccia fu inevitabile, ma per fortuna dei furbacchioni l'articolo 'critico' era apparso su una rivista di settore che non ha molti lettori.

Quote:
Lui mi ha dato ragione, però fa quello che gli chiedono le aziende: cerca gente giovane con laurea magistrale conseguita brillantemente. Le lauree triennali non sono considerate, e i master men che meno.
Quanti anni fa hai parlato con costui?
Le aziende, o meglio le imprese, sono ancora abbastanza convinte che la laurea «triennale» sia una laurea breve e pensano che la magistrale la laurea normale che esisteva con il vecchio ordinamento (stendiamo un velo pietoso su chi pensa che la specialistica sia il biennio che consente di allungare la laurea breve e la magistrale un titolo che si consegue a séguito di un ciclo unico quinquennale). Questa è la ragione per cui molti, magari per non fare apparire la discontinuità (spesso solo apparente) tra gli studi accademici del primo e del secondo ciclo (oppure per aver cazzeggiato per tre anni laureandosi con un voto ridicolo e poi per essersi successivamente impegnati per conseguire la LM con un voto decente ), fanno i furbi indicando sul CV solo la magistrale, sicuri che al lettore non passerà neanche per l'anticamera del cervello di chiedere conto degli studi pregressi (semplicemente perché la controparte potrebbe non sapere che esistono studi pregressi ).
Ultimamente però le cose stanno cambiando, anche perché oramai sono 15 anni che è vigente la riforma e anche tra gli addetti al reclutamento ci sono moltissimi laureati con il nuovo ordinamento.
Sempre a proposito del pregiudizio di cui sopra nei confronti degli atenei meridionali, a me una volta è capitato uno che mi dicesse che a lui interessavano le lingue, le soft skills e la città in cui il candidato aveva frequentato «i primi tre anni» di università, perché se gl indicava gli ultimi due come frequentati a Milano senza specificare dei primi tre significava sicuramente che si era laureato in un ateneo del Sud e poi aveva chiesto il trasferimento.
Per carità, questo individuo ha sicuramente molti problemi: da una parte voleva vedere due titoli di studio sul CV ma poi vedeva laurea e laurea magistrale come due componenti di un percorso unitario quinquennale, tant'è che parlava di primi tre anni e ultimi due anni ed era convinto che per frequentare la magistrale altrove bisognasse chiedere il trasferimento; inoltre considerava più importanti le soft skills (che poi sovente si traducono in chinare il capo e dire «sì, padrone», sapendolo dire in termini eufemistici) che l'àmbito disciplinare, tant'è che diceva che lui prende in consdierazione solo i laureati in «ingegneria, economia e hard science» (e non vi dico la sequela di pregiudizi che ebbe il coraggio di sciorinare al riguardo), e tutto ciò per assumere per posizioni che contrattualmente richiedono il diploma di scuola secondaria superiore e con sotto-inquadramento a livelli che richiedono la sola scuola dell'obbligo (prova ne sia che per lui una laurea valeva l'altra all'interno della rosa molto diversa degli àmbiti disciplinari che considerava seri); infine, considerava la città e non l'ateneo, a ulteriore riprova, casomai ce ne fosse bisogno, che le sue decisioni erano guidate da preconcetti totalmente avulsi dai percorsi accademici delle persone che era chiamato a valutare. Però rende chiara l'idea che volevo fornire.
Il voto, francamente, non è una cosa che mi sembra interessare a molti. Nei vari job days cui ho partecipato come studente, come laureato e come funzionario universitario, se non sbaglio chiedeva il voto solamente una tipa di Menarini (ma i colloqui che faceva questa erano molto particolari, per certi aspetti esilaranti, tanto che sono rimasti impressi i suoi lineamenti e il suo modo di fare a me che sono ben poco fisionomista). Ricordo che quelli di un'agenzia Generali invece credevano, quasi maniacalmente, l'indirizzo della laurea, anche per corsi di laurea che non erano suddivisi in curricula.
Nella pubblica amministrazione il voto conta se il concorso è per titoli ed esami. Dopo gli annunci degli ultimi governi di voler abolire il valore legale del titolo di studio e il consegunete dietrofront quando si sono accorti che sarebbe incostituzionale, però, i concorsi in cui sono valutati i titoli si sono, come per magia, quasi estinti. Viene richiesto il titolo necessario in base alla normativa per la qualifica per la quale la procedura è bandita, però il voto con cui esso è stato rilasciato non ha alcun valore.
Il valore legale fa sì che nella pubblica amministrazione non possa essere considerato il tempo impiegato per conseguire il titol, al quale invece i privati spesso prestano particolare attenzione (sicuramente più del voto).
Ribadisco, comunque, che si tratta di indicazioni di massima e che i pregiudizi variano molto da una zona geografica all'altra e anche da una persona all'altra. Dovrebbe stare all'intelligenza delle persone considerare gli stessi come mere mappe mentali, senza confondere la mappa con il territorio. Purtroppo questo non accade quasi mai. Ma questo non vuol dire che abbiamo fatto gli scelte sbagliate, bensì evidenzia solo l'ottusaggine di chi sta dall'altro lato.

Quote:
Inoltre tutte le esperienze lavorative dei neolaureati contano zero, d'altro canto per la maggior parte o per la totalità possono essere completamente inventate.
Anche questo è molto relativo; personalmente non ho quasi mai avuto a che fare con chi cercasse neolaureati, dato che di solito cercano persone con esperienza anche per stages. Diciamo che se vogliono essere sicuri delle dichiarazioni chiedono le referenze.
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Vecchio 10-12-2016, 23:33
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Originariamente inviata da Bmastro Visualizza il messaggio
Inoltre mi ha pure detto che non sono ben visti in Italia i periodi di formazione culturale personale dopo il diploma. Nei paesi anglosassoni capita spesso che dopo il diploma ci si prende un anno sabbatico per girare il mondo oppure la nazione, o magari per lavorare. Beh... da queste parti meglio lasciar perdere.
Anche questo varia molto a seconda delle persone e delle zone. L'Italia non è culturalmente omogenea (a proposito, si gira il Paese, non la nazione. La nazione è il popolo, o al massimo un popolo che si riconosce in un territorio).
In linea di massima non sono ben visti gli anni sabbatici, i viaggi all'estero (ivi compresi i cosiddetti viaggi di istruzione, vacanze studio et similia: e a dire il vero mi pare che non siano molto considerati neanche i programmi di mobilità come Socrates-Erasmus, mentre invece sono ben visti i periodi di lavoro all'estero), i lavori come lavapiatti fatti per imparare una lingua etc. etc.. Però anche questo è relativo.
A me un formatore Forma.Temp (che poi era un responsabile selezione di un'agenzia per il lavoro temporaneo) disse che se lui vede il curriculum di un 22enne (attenzione: parliamo di un 22enne, non di un 32enne. Vabbe' che stiamo pure parlando di quasi 15 anni fa...) che dopo il diploma non ha mai lavorato, anche se è iscritto all'università e perfino se si è laureato, lo chiama per chiedergli cosa ha fatto in tutti questi anni, perché non è possibile che sia stato con le mani in mano. Dal suo punto di vista, sicuramente aveva fatto qualcosa e non lo aveva scritto perché lo riteneva non consono alla posizione per il quale si candidava o al lavoro desiderato. Il suo consiglio era quello di adattare il curriculum alla ricerca specifica solo qualora si fosse in là con gli anni e con l'esperienza, altrimenti riportare tutto quello che si è fatto, anche se lo si ritiene superfluo o insignificante, perché altrimenti dall'altro lato diamo l'impressione di essere degli scansafatiche o degli incapaci. Però eravamo a Bologna e il personaggio era di quelle parti: questo potrebbe avere inciso moltissimo sul suo modo di concepire il lavoro, che da quelle parti, stante una forte cultura operaia, probabilmente è percepito diversamente che altrove.
Anche l'indicazione di interessi e gli hobbies, sport praticati, associazioni cui si è iscritti e roba del genere, oltre a implicare un trattamento particolare dei dati personali (in quanto si tratta di dati idonei a rivelare il nostro stato di salute, l'orientamento politico, la fede religiosa e le abitudini sessuali, qualificati come tali come dati sensibili dal codice in materia, emanato con d.lgs. 196/2003 e ss.mm.ii.), è a mio avviso ultronea, ma talvolta viene incoraggiata. E di certo non perché a qualcuno interessi sapere se siamo appassionati di uncinetto o tiro con l'arco, ma poiché, evidentemente, si cerca di tirar fuori da queste dichiarazioni tratti della nostra personalità leggendole in maniera metaforica o allegorica (e spesso lo si fa senza alcuna competenza e professionalità).
Sulla base della mia esperienza sconsiglio di riportare esperienze finalizzate al mero mantenimento o a fornire aiuto alla famiglia, come cameriere non qualificato, lavapiatti, aiuto cuoco e operaio generico, che secondo me forniscono un'immagine negativa del candidato (il selezionatore potrebbe pensare che non eravamo concentrati sull'obiettivo della laurea o che lavoravamo perché ne avevamo bisogno: mentre nel Regno unito quando ci si siede per una interview sovente la prima cosa di cui si parla è la retribuzione, che viene trattata, l'Italia è un paese strano, nel quale non bisogna mai dare l'idea che si lavora perché se ne ha necessità e mostrarsi interessati ai soldi è disdicevole). Però se durante il liceo collaboravi con un quotidiano o conducevi un programma radiofonico, questo può avere una certa rilevanza, anche più della laurea, specie se il CV è inviato a un'impresa editoriale o a un'agenzia di relazioni pubbliche.
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Vecchio 11-12-2016, 11:52
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Guarda... saranno passati 6 o 7 giorni. Sono informazioni molto recenti. Effettivamente è una singola campana, non ho il quadro completo della situazione. Comunque è pur sempre un selezionatore di una grossa azienda che lavora per aziende enormi, quindi lo ritengo un parere molto indicativo.
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Guarda... saranno passati 6 o 7 giorni. Sono informazioni molto recenti. Effettivamente è una singola campana, non ho il quadro completo della situazione. Comunque è pur sempre un selezionatore di una grossa azienda che lavora per aziende enormi, quindi lo ritengo un parere molto indicativo.
Non metto in dubbio l'attendibilità della fonte; il problema è che io ho a che fare tutti gli anni (in alcuni periodi dell'anno quotidianamente) con fonti almeno altrettanto attendibili (comunque non so cosa tu intenda per imprese – non aziende, che sono il complesso dei beni strumentali all'esercizio dell'attività d'impresa – enormi, dato che in Italia sono veramente pochissime le imprese che rientrano nella nozione di grande impresa prevista dal diritto comunitario) e sento dire decine di cose diverse, sicché ritengo che il problema non risieda nell'attendibilità della fonte, cioè nel valore da attribuire a ciascuna fonte, ma nella possibilità di estendere quanto la fonte ci comunica per sé a tutte le altre.
In altre parole: se Pinco dice di fare in un certo modo, ciò non vuol dire che Pallino farà nello stesso modo, anche se ciascuno dei due giurerà che il modo in cui fa lui è il modo in cui fanno tutti.
Poi, pur con tutti i limiti sopra evidenziati, se le statistiche sull'occupazione ci dicono qualora, i dati della nostra università evidenziano che i laureati semplici lavorano più dei magistrali e guadagnano anche un po' di più. Certo, sono dati sicuramente influenzati dalle lauree abilitanti alle professioni sanitarie e dalla laurea che dà accesso all'esame di Stato per l'abilitazione alla professione di assistente sociale, ma non chissà quanto, perché ho a disposizione i dati scorporati e da essi rilevo che grossomodo l'ingresso sul mercato del lavoro è più agevole e più soddisfacente quando la ricerca avviene subito doppo la laurea (poi, ripeto, ci sono una marea di variabili non monitorate che invece andrebbero tenute in considerazione. Mi viene in mente anche che un nostro laureato che intervistiamo a tre anni dal conseguimento del titolo potrebbe aver conseguito una laurea magistrale altrove e noi non lo sappiamo: nel questionario interno che abbiamo predisposto non ci sono domande al riguardo perché purtroppo dobbiamo eseguire un mandato 'politico' che non è interessato a saperlo. E non sappiamo neanche se hanno conseguito master, nemmeno internamente, perché la situazione al riguardo non è monitorata a livello generale; qualche rilevazione avviene a livello di singolo master direttamente dalle strutture interessate, se non direttamente dai docenti coordinatori). Fortunatamente io essendo un funzionario direttivo non faccio servizio al pubblico e quindi non mi ritrovo a dovere rispondere a domande del genere; mi dispiace per quei poveri colleghi il cui mestiere dovrebbe essere quello di fornire risposte rassicuranti a persone dubbiose e che invece sono attanagliati per primi da dubbi. Però, pur non avendo certezze né ritenendomi detentore della Verità, un'idea me la sono fatta: secondo me scrivere uno dei motivi della scarsa efficacia della laurea del nuovo ordinamento è che sul CV i laureati tendono a scrivere «laurea triennale» (in qualche caso ho visto addirittura «laurea breve» o «laurea di primo livello») e a non presentarsi come dottori, poiché soffrono una sorta di sudditanza psicogica, e questo, che sembra una sciocchezza, agli occhi di chi non conosce il sistema universitario fa perdere loro appeal. Qualora invece sia pianificata una strategia che preveda per esempio l'uso dell'unico termine legalmente corretto, che è "laurea", i risvolti sul mercato del lavoro sono migliori e le probabilità di trovare impiego sono maggiori per una questione di età. La differenza retributiva tra laureati semplici e laureati magistrali non esiste (perché non sono stati adeguati i contratti) e la piccola differenza che noi stiamo rilevando da qualche anno a vantaggio dei laureati semplici è puramente casuale. Si badi che stiamo parlando sempre di performance sul mercato del lavoro che sono ridicole; poi purtroppo si cerca sempre di fare i clusters a posteriori aggregando i dati per far credere chissà che, ma la verità è che la piena occupazione è raggiunta da meno del 30% di coloro che licenziamo (considera che le indagini non vengono svolte a campione ma sottoponiamo il questionario a tutti e abbiamo un tasso di risposte vicino alla totalità), intendendo con piena occupazione un lavoro subordinato a tempo pieno ovvero un'attività libero-professionale o imprenditoriale che garantisca un reddito al di sopra della soglia di povertà individuale. Il resto, togliendo chi ancora studia, sono tutti quanti startuppers, stagisti, tirocinanti, praticanti, borsisti, assegnisti, apprendisti e dipendenti con contratti a termine; è solo con questi che noi riusciamo ad arrivare a livelli occupazionali che non sono comunque entusiasmanti (per certi corsi – e, contrariamente al pregiudizio diffuso, non mi riferisco alle discipline umanistiche – a stento superano il 50%). Una volta nella batteria di domande che somministravamo erano compresi anche alcuni quesiti volti a comprendere i contenuti sostanziali dell'attività svolta, per cercare di comprendere se il titolo di studio è servito a qualcosa (al di là della domanda secca con la quale si chiede all'ex studente se lui ritiene che il titolo gli sia servito per trovare quella occupazione), mentre oggi non chiediamo nemmeno se lo studente lavofrava già prima di laurearsi e sta proseguendo la stessa attività lavorativa, perché sono le famose cose che si preferisce non sapere. Per non parlare del fatto che il nostro ateneo, per il particolare contesto in cui opera, è frequentato da molti figli di minuscoli imprenditori che sono destinati in ogni caso a rilevare l'attività di famiglia, ma questa è un'altra cosa che facciamo finta di non sapere.
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Vecchio 12-12-2016, 00:56
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Curiosità mia: fate rientrare anche voi nell'ambito degli occupati chi lavora un'ora alla settimana? magari con un voucher ridicolo oppure anche non retributo se lavora nella ditta di famiglia?
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