Pur afferendo alla classe 5, quel corso in realtà presentava tutti gli elementi più classici dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione, e in particolare gli esami di Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa e Sociologia della comunicazione, entrambi afferenti al settore SPS/08 (Sociologia dei processi culturali e comunicativi) e qualche credito in SPS/07 (Sociologia generale), sebbene, per il resto, fosse sbilanciato sull'àmbito umanistico, cosa che giustificava la collocazione in classe 5. Credo comunque che fosse compatibile con la classe 14 (corrispondente all'attuale L-20, che sarebbe giustappunto la classe di Scienze della comunicazione), considerato che c'erano corsi di questa classe (ad esempio Comunicazione linguistica e multimediale all'Università di Firenze, Scienze umanistiche per la comunicazione alla Statale di Milano, Linguaggi dei media alla Cattolica del Sacro Cuore, tutte collocate presso facoltà di Lettere e filosofia) in cui la componente linguistico-umanistica era, forse, ancora più forte.
Ho appena scoperto però che il dipartimento di Discipline umanistiche, sociali e delle imprese culturali dell'ateneo in parola nel 2017-2018, a distanza di dieci anni dalla disattivazione del corso di cui sopra, ha attivato un corso di laurea di classe L-20 denominato "Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative"). Sto analizzando il piano di studi di questo corso e mi domando quale mente abbia potuto partorire una roba del genere. Pare un minestrone indistinto che, al confronto, i vecchi piani di studio di Scienze della comunicazione all'UniBo e di Scienze dell'informazione e dello spettacolo all'UniUrb, rispettivamente frammentati in esami da 5 e da 2-3 crediti e pertanto con conoscenze disperse in mille rivoli, sembravano più coerenti.
Mancano del tutto sia gli elementi caratterizzanti le scienze della comunicazione sia elementi distintivi di un approccio o indirizzo di studio specifico nell'àmbito di tali scienze, ovvero un obiettivo professionale nel mondo della comunicazione. Vediamo infatti quali sono gli esami:
- Storia contemporanea 6 crediti M-STO/04;
- Storia dell'arte contemporanea 6 crediti L-ART/03;
- Teorie e tecniche della fotografia 6 crediti L-ART/03;
- Pratiche curatoriali 9 crediti L-ART/04;
- a scelta tra Cultura in azione, performatività e comunicazione e Culture sceniche e linguaggi della performance, entrambi 6 crediti L-ART/05;
- Estetica dei nuovi media 9 crediti L-ART/06;
- Teorie e tecniche del cinema e dell'audiovisivo 9 crediti L-ART/06;
- Storia e tecnica della televisione 9 crediti L-ART/06;
- Linguaggi musicali della contemporaneità 9 crediti L-ART/07;
- Fondamenti di informatica 6 crediti INF/01;
- Sociologia dei processi culturali e comunicativi 6 crediti SPS/08;
- Economia e gestione delle aziende culturali 6 crediti SECS-P/08;
- Lingua e traduzione inglese 6 crediti L-LIN/12;
- Letteratura contemporanea e spettacolo 9 crediti L-FIL-LET/11;
- Psicologia della comunicazione 6 crediti M-PSI/05;
- Grafica per l'editoria e la pubblicità 9 crediti ICAR/14;
- 6 crediti a scelta tra Estetica delle arti del Novecento M-FIL/04 e Teorie dei linguaggi e della mente M-FIL/05;
- Linguistica generale 6 crediti L-LIN/01;
- 6 crediti a scelta tra Arti e neuroscienze cognitive M-PSI/02, Intercultura e pluralismo istituzionale IUS/11, Diritto pubblico dell'informazione IUS/10;
- 12 crediti a scelta libera;
- 12 crediti di tirocinio;
- prova finale da 6 crediti.
A primo acchito risalta all'occhio è la notevole rappresentatività – oserei dire predominanza – dei settori L-ART, che dovrebbero essere più tipici della classe L-3 (DAMS, per intenderci) che non certamente della L-20 e che tolgono prepotentemente spazio al settore SPS/08, che dovrebbe essere quello preponderante.
Non vi sono esami obbligatorî di discipline giuridiche e tra quelli opzionali, che sono a loro volta alternativi a un esame inopinatamente collocato nel settore della psicobiologia (sic), ce n'è uno che non si capisce a che titolo venga ricondotto al settore proprio del diritto canonico e del diritto ecclesiastico.
Non si capisce altresì il settore ICAR/14, la cui epigrafe è «Composizione architettonica e urbana», cosa c'entri con la grafica pubblicitaria, che invece dovrebbe rientrare nell'ICAR/13 (Disegno industriale).
Anche l'esame di Teorie e tecniche della fotografia afferisce a un settore inappropriato: L-ART/03 è Storia dell'arte contemporanea, mentre quello in cui rientra la fotografia è L-ART/06 (Cinema, fotografia e televisione). E, a proposito di L-ART/06, cosa c'entra l'estetica dei nuovi media con questo settore, quando la televisione non è più considerata un nuovo medium perlomeno da cinquant'anni, dunque figuriamoci il cinema e la fotografia?
La mia impressione è che il titolo siano stati messi insieme insegnamenti sulla base della disponibilità di docenti nell'ateneo, se non proprio nel dipartimento, e dei loro interessi scientifici e di ricerca, con l'unico scopo da farli risultare compatibili con i requisiti della tabella di classe, fregandosene di tutto il resto. Le tabelle di per sé piuttosto lasche e generose perché, come sappiamo, vincolano solo il 50% dei crediti, oltretutto per modo di dire dacché comunque nella classe nella tabella ogni sottogruppo presenta una lunga sequela di settori scientifico-disciplinari alternativi e, comunque, i settori sono dei contenitori piuttosto ampî. Ma questi non si sono accontenti, forzando e pertanto sfondando una maglia che era già un colabrodo.
In tutta franchezza un'offerta formativa del genere mi sembra irresponsabile. È evidente infatti che il corso non offra competenze scientifiche solide (a confronto il curriculum “Comunicazione dei beni culturali” del corso di laurea in Scienze della comunicazione dell'Università di Catania, che poteva tranquillamente essere venduto come in Lettere moderne senza latino, appare scientifico. E comunque quello almeno era coerente) né alcuna formazione utile per il mondo del lavoro, a meno da non voler considerare quello dei media come uno sbocco per il quale non è necessaria alcuna formazione specifica ma solo una cultura generale, la quale, comunque, se non maturata durante l'infanzia e l'adolescenza, certamente non si può colmare in tre anni di università. Trovo peraltro irresponsabile offrire una laurea di area sociale, che come tale consente di accedere a concorsi per funzionario giuridico-amministrativo ed economico-finanziario (questo è solo l'ultimo di una lunga serie), senza offrire alcuna formazione reale in discipline sociali (se non un misero esamino di sociologia omnibus senza solide premesse).
Se penso che per laurearsi in Media e giornalismo presso la facoltà di Scienze politiche “Cesare Alfieri” dell'Università di Firenze bisognava sostenere Scienza politica, Politica comparata, Istituzioni di diritto pubblico, Diritto dell'informazione, Economia politica, Geografia economico-politica, Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa, Teorie e tecniche della comunicazione pubblica, Sociologia generale, Sociologia dei processi culturali (con 11 libri!), Sociologia della comunicazione e ben 27 crediti distribuiti tra due lingue straniere (a livello C1 l'inglese, B2 la seconda se romanza e B1 se germanica), con esami a scelta andavano da Istituzioni di diritto privato a Politiche delle telecomunicazioni passando per esami giuridici che non si trovavano nemmeno a Giurisprudenza (e infatti alcuni, come Diritto penale speciale minorile, erano mutuati dagli studenti di Scienze giuridiche), inorridisco all'idea che all'esito del percorso in oggetto venga rilasciato un titolo avente il medesimo valore legale di quello appena descritto.
