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Indecisione scelta universitaria (L12 o L36)

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  • Indecisione scelta universitaria (L12 o L36)

    Buon pomeriggio a tutti gli utenti di questo forum! Come avete già letto dal titolo, avrei bisogno di consigli che mi possano aiutare a fare la scelta giusta. Essendo questo il mio primo post, credo che sia necessaria una piccola introduzione.
    Ho frequentato il liceo linguistico, poi ho deciso di apprendere i principi dell'informatica, del graphic design e del marketing in una accademia. Grazie alle mie competenze ho iniziato a maturare esperienze lavorative in ambito turistico e culturale, ovvero addetta front office/back office in hotel e operatrice museale.
    Le lingue che conosco sono l'inglese e lo spagnolo a livello avanzato, il tedesco a livello intermedio, ho una base di lingua romena e sono intenzionata a studiare il francese in futuro.
    ​​​​In questi ultimi mesi ha cominciato a frullarmi in testa l'idea di espandere i miei orizzonti, perciò sto prendendo in considerazione i corsi di laurea L12 (mediazione linguistica) e L36 (scienze politiche e relazioni internazionali). Ciò che mi spinge ad interessarmi a questi due percorsi è la voglia di applicare le lingue straniere a contesti di tipo economico, giuridico e politico per ricoprire ruoli nel mondo del commercio estero o della cooperazione internazionale.
    Ho già consultato alcuni siti, soffermandomi in particolare su quello dell'università di Macerata e i piani di studio offerti mi sembrano ben strutturati (se siete o siete stati studenti presso questo ateneo mi piacerebbe avere un vostro parere).
    Le domande che voglio porvi sono:
    1) Quali sono i principali sbocchi professionali di queste classi di laurea?
    2) La laurea in mediazione linguistica è strettamente legata alla traduzione e all'interpretariato o può avere anche altre applicazioni?
    3)Avendo ricevuto pareri scoraggianti riguardo la laurea in scienze politiche e relazioni internazionali, c'è tra di voi qualcuno che abbia intrapreso questo percorso ottenendo delle soddisfazioni?

    Aspettando delucidazioni, vi ringrazio per l'attenzione e spero di essere stata chiara :)
    ​​​​

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    ​​​​​

  • #2
    Ciao,

    mi domando se coloro che ti hanno scoraggiato in merito a Scienze politiche fossero a conoscenza dell'alternativa, perché le lauree in Lingue et similia non servono perfettamente a niente.
    Non comprendo, vieppiù, cosa significhi «qualcuno che abbia intrapreso questo percorso ottenendo delle soddisfazioni». Non credo che abbia senso discutere delle soddisfazioni che si ottengono intraprendendo un percorso, ma, semmai, quelle che si ottengono all'esito del percorso stesso (o tutt'al più durante).

    Sarò più chiaro.
    Partendo dal presupposto che i datori di lavoro di solito vogliono persone che sappiano utilizzare lingue straniere nel contesto specifico di lavoro, non persone che abbiano studiato lingue e basta, e generalmente sono poco inclini a comprendere la differenza tra lauree che a loro appaiono come simili, il rapporto tra Scienze della mediazione linguistica e Lingue e culture moderne è lo stesso che intercorre tra Scienze dell'economia e della gestione aziendale e Scienze economiche. Cioè si tratta di due classi formalmente diverse (a ben leggere neanche più di tanto, comunque) nei descrittori, praticamente uguali nella distribuzione dei crediti vincolati, ragion per cui in ciascuna coppia la totalità o quasi dei corsi di una delle due classi potrebbe essere ascritta all'altra senza alcuna variazione. Questo significa che non vi è garanzia che la classe di Scienze della mediazione linguistica insegni effettivamente a usare le lingue, distinguendosi per questo dalla classe di Lingue e culture moderne, che invece ricalca il modello di Lettere, con l'unica differenza che si basa su lingue diverse dall'italiano. E infatti esistono corsi di laurea della classe di Scienze della mediazione linguistica che hanno perfino più letteratura di quelli della classe di Lingue e culture moderne attivati nella stessa università.
    Un po' meglio sono i diplomi in mediazione linguistica rilasciati dalle ex scuole superiori per interpreti e traduttori, oggi appunto scuole superiori di mediazione linguistica, accreditate per il rilascio di titoli equipollenti a tutti gli effetti (compresa la prosecuzione degli studi nelle università) alle lauree in Scienze della mediazione linguistica. Di solito infatti questi corsi hanno solamente insegnamenti di lingua e traduzione (di livello molto avanzato e che presuppongono a monte già una certa conoscenza delle medesime lingue) cui si affiancano insegnamenti di scienze sociali (solitamente diritto, economia, geografia antropica/politica) e storia per orientare il laureato verso la traduzione e l'interpretazione specialistiche e settoriali. Tuttavia anche qui bisogna vedere le singole scuole. Quelle storiche, nate su impulso di Carlo Bo, sono molto serie e offrono sbocchi occupazionali anche in contesti di un certo livello. Altre non sono qualitativamente malaccio, ma hanno scarsi agganci e sono poco conosciute, per cui non riescono a offrire lo stesso placement. Infine ci sono quelle (le quali si riconoscono facilmente perché offrono con una pubblicità martellante anche insegnamenti singoli e i 24 crediti per l'insegnamento e spingono molto sul valore legale del titolo rilasciato, sovente definendolo impropriamente «laurea») che sono semplicemente dei diplomifici, apprezzabili più che altro come scorciatoie per accedere a corsi di laurea magistrale e dunque all'insegnamento.
    Per quanto concerne, invece, Scienze politiche e delle relazioni internazionali, l'unico limite di cui soffre questa classe è il pregiudizio della gente, che si divide grossomodo in parti uguali tra chi crede che Scienze politiche sia un surrogato di Giurisprudenza e chi non sa di cosa si tratti. Dopo molti anni sono giunto alla conclusione che, piuttosto che Scienze politiche, meglio un corso di laurea di classe economica o economico-aziendale. È opinione diffusa che per affrontare corsi di laurea economici o economico-aziendali sia necessario avere competenze matematiche di livello avanzato. Niente di più falso. La maggior parte di essi non ha esami di matematica ma al massimo uno di statistica, presente anche in quasi tutti i corsi di laurea in Scienze politiche. Per il resto gli esami sono in gran parte gli stessi di Scienze politiche.

    A proposito, nella locuzione "Università di Macerata" la u va maiuscola in quanto, anche se nei gruppi Telegram troverai gente convinta che università di Macerata significhi «università statale con sede a Macerata» (se non sede di Macerata dell'unica università statale italiana), in realtà è il nome proprio di quella specifica università. Peraltro anche le università statali possono avere un nome proprio diverso da quello della città in cui hanno sede o della città di riferimento, o un'intitolazione.
    BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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    • #3
      Mi preme solamente aggiungere qualcosa riguardo quello che è stato ampiamente detto da dottore, sicuramente dal momento che mi sento chiamato in causa dato che io stesso studio Scienze politiche a curriculum internazionale (che, anche nella Gazzetta Ufficiale, per quanto riguarda la classe L-36, viene implicitamente indicato come quello che in realtà dovrebbe essere un corso di laurea di suddetta classe, al di là dei vari curricula).
      Partendo dalle lauree in Lingue e letterature straniere (classe L-11, "Lingue e culture moderne") e in Mediazione linguistica (L-12, "Mediazione linguistica" per l'appunto), il confine è assai labile. Tecnicamente, e questo è noto a tutti, il laureato in mediazione linguistica dovrebbe avere un approccio molto più improntato all'interpretariato e meno dal punto di vista letterario. Il punto è che nella realtà dei fatti non s'è capita bene la differenza, se non che secondo i requisiti della classe L-11 gli esami di letteratura italiana sono obbligatori, a differenza della L-12 in cui non devono esserci necessariamente (anche se penso che un po' tutti gli atenei mettano esami di letteratura italiana in una L-12). Sono assolutamente d'accordo su quello che afferma dottore: fermo restando che purtroppo campare con le lingue è assai difficile (per un datore di lavoro sapere le lingue è un plus, se poi parliamo dell'inglese si tratta di una condicio sine qua non), le scuole di interpretariato a livello di preparazione e sbocchi lavorativi sono decisamente migliori. Tieni a mente che già l'università italiana, checché se ne dica sulla sua presunta qualità, è estremamente teorica e dubito fortemente che un laureato in una delle due classi ne esca fuori come un ottimo interprete; inoltre, le scuole di interpretariato non si limitano, perdona se mi ripeto, al solo interpretariato e alla sola traduzione, ma hanno anche relativi insegnamenti di letteratura e cultura, sicuramente fatti più all'acqua di rose, ma il fatto è che hanno un taglio molto più pratico.

      Per quanto riguarda la L-36, ossia "Scienze politiche e delle relazioni internazionali", vorrei precisare che l'esame di statistica è presente in tutti i corsi di laurea in quanto è attività formativa di base.
      Il problema della laurea in Scienze politiche L-36 è che, anche per via dei vincoli della classe, il percorso è molto a discrezione del singolo ateneo. Ci sono corsi di laurea che, come dicevo prima, di "internazionale" non hanno proprio niente (nonostante l'epigrafe della classe) se non i due esami di lingua straniera, e spesso manco quelli dato che in moltissimi atenei vengono ridotti ad un esame di lingua e letteratura inglese con la seconda lingua straniera (francese, tedesco o spagnolo) ridotta a mera idoneità. E tieni a mente che, almeno per mia esperienza personale, l'esame è un vero e proprio esame di lingua e letteratura che presuppone una conoscenza quantomeno intermedio-avanzata della lingua.
      Ancora, ci sono corsi di laurea in Scienze politiche che di economico o quantitativo (non che sia sinonimo di "difficile", sia chiaro) non hanno quasi nulla, riducendo il tutto ai due esami di statistica e di economia politica, in quanto entrambe attività di base indispensabili (ad esempio alla Sapienza è così), quando io ritengo che un ulteriore esame economico sia assolutamente necessario (molti atenei mettono "economia internazionale" afferente a SECS-P/01, ossia sempre economia politica, oppure politica economica o ancora scienza delle finanze). Personalmente, ho notato che i docenti con gli atteggiamenti baronali nella L-36, che fanno anche esami assurdi col preciso intento di bocciare invece che con l'intento di valutare oggettivamente, sono effettivamente proprio i docenti di statistica ed economia politica, e guarda caso sono esami spesso e volentieri con un programma più difficile di quello di un corso di laurea in economia.
      Il punto è che "Scienze politiche e delle relazioni internazionali" dovrebbe essere una laurea multidisciplinare e interdisciplinare che comprende la sociologia, la statistica, l'economia, il diritto, le lingue straniere, la scienza politica, la storia (contemporanea ed eventualmente anche moderna, spesso anche di paesi stranieri), in un certo senso anche la filosofia ("storia delle dottrine politiche" è de facto filosofia), il tutto caratterizzato da esami a respiro transnazionale come storia delle relazioni internazionali e diritto internazionale dato che ha lo scopo, almeno sulla carta (ovvio), di preparare a carriere in organizzazioni ed enti internazionali così come organizzazioni non governative.
      Poi, a livello pratico, come ti ho detto ogni corso di laurea della suddetta classe fa storia a sé, e se fermi un Pinco Pallino per strada e gli chiedi cosa si studi in Scienze politiche, ti dà generalmente una di queste tre risposte:
      -che Scienze politiche sia un surrogato di Giurisprudenza (cosa non vera, in quanto i settori di Giurisprudenza, tolta economia politica, sono tutti afferenti a IUS, mentre a Scienze politiche sono quasi sempre due o al massimo tre gli esami IUS, lo stesso numero che troveresti in qualsiasi laurea in scienze sociali come economia; il surrogato di Giurisprudenza casomai è Scienze dei servizi giuridici)
      -che a Scienze politiche si studi "come diventare un politico" (che magari è vero in minima parte) e "la storia dei politici" (ti giuro, l'ho sentito)
      -che si studi un po' di tutto (e qui quantomeno mi consolo col fatto che il Pinco Pallino il piano di studi se l'è visto, al di là del fatto che si possa dissentire, sia chiaro).

      Ci sono poi L-36 che sono un vero e proprio mix tra Giurisprudenza ed Economia, con esami non da ridere, ossia diversi diritti (amministrativo, del lavoro, dell'Unione Europea) ed esami economici (politica economica, scienza delle finanze, economia aziendale, statistica economica) oltre ai due esami di lingua: il punto è che corsi di laurea del genere a parer mio non dovrebbero proprio far parte della L-36, quanto piuttosto essere afferenti ad una L-16, ossia "Scienze dell'amministrazione e dell'organizzazione".

      Ad ogni modo, con una L-36 puoi fare praticamente tutti i concorsi pubblici. Nel privato sicuramente la sua spendibilità è bassa e su questo non ci piove, a meno che poi non ti ricicli in una magistrale economica o statistica (e qui è tutto un altro discorso), ma anche solo paragonarla ad una laurea in lingue è impensabile.
      Ultima modifica di gnugno; 26-10-2022, 20:59.

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      • #4
        gnugno, con il previgente ordinamento esisteva un'unica laurea in Scienze politiche il cui corso durava 4 anni, formata da un biennio propedeutico e un biennio progredito o di specializzazione. L'indirizzo di specializzazione da alcuni atenei (ad esempio Genova e Federico II di Napoli) veniva incluso nella denominazione del titolo rilasciato (mentre altri rilasciavano genericamente la laurea in Scienze politiche senza specificazone dell'indirizzo) e poteva essere:
        • storico-politico;
        • politico-economico;
        • politico-internazionale;
        • politico-amministrativo;
        • politico-sociale.
        Come spin off dell'indirizzo politico-amministrativo e dell'indirizzo politico-internazionale furono istituiti negli anni '90 del secolo scorso gli autonomi corsi di laurea in Scienze dell'amministrazione, con indirizzo giuridico e indirizzo politico-organizzativo (non costitutivi del titolo rilasciato), e in Scienze internazionali e diplomatiche. Il primo poteva essere attivato presso facoltà di Scienze politiche e di Giurisprudenza (come Scienze politiche stesso) e il secondo presso facoltà di Scienze politiche e di Lingue e letterature straniere (come pure Relazioni pubbliche, l'antesignano di Scienze della comunicazione).
        Scienze dell'amministrazione rispetto a Scienze politiche con indirizzo politico-amministrativo differiva principalmente per le lingue: mentre quest'ultimo aveva due insegnamenti annuali di due lingue differenti, il primo aveva solo una idoneità in lingua straniera. Per il resto corsi molto simili, quasi identici, come pure Scienze internazionali e diplomatiche rispetto a Scienze politiche con indirizzo politico-internazionale.

        Con il nuovo ordinamento in sostanza la classe L-36 (parlo per comodità delle classi conseguenti al DM 270/2004, ma la cosa riguarda pure quelle conseguenti al DM 509/1999) raccoglie l'eredità dell'indirizzo politico-internazionale e del corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, ma consente agli atenei di costruire percorsi anche di tipo diverso, mentre la classe L-16 trasfonde nel nuovo ordinamento l'indirizzo politico-amministrativo e il corso di laurea in Scienze dell'amministrazione.
        L'indirizzo politico-sociale è stato trasfuso nella classe L-40 insieme con la laurea in Sociologia.
        L'indirizzo politico-economico è stato trasfuso nella classe L-33 insieme con la laurea in Economia politica e uno degli indirizzi della laurea in Economia e commercio.
        L'indirizzo storico-politico è stato semplicemente superato.
        Infine è stata creata la classe L-37, Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace, che pesca un po' dal vecchio indirizzo politico-sociale, un po' dal vecchio indirizzo politico-economico e un po' dal vecchio indirizzo politico-internazionale.
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        • #5
          dottore ti ringrazio per l’excursus storico della laurea in Scienze politiche, dal momento che non me ne intendo per quanto riguarda l’ordinamento ante riforma.
          Il punto del mio discorso è che al giorno d’oggi parlare di laurea in “Scienze politiche” vuol dire, davvero, tutto e niente, perché l’offerta formativa non solo varia in base alla singola sede, ma addirittura in base ai vari curricula proposti (se proposti), e penso che questo sia quanto più rinvenibile nella classe L-36 (“Scienze politiche e delle relazioni internazionali”) piuttosto che in qualsiasi altra classe di laurea, dato che i vincoli ministeriali per suddetta classe sono di manica larghissima. È questo il problema.
          Come dicevo, ci sono corsi di laurea in Scienze politiche in cui gli esami economici si limitano alla sola economia politica, altri che prevedono diversi esami economici, o ancora lauree in Scienze politiche che la seconda lingua (oltre l’inglese, ossia francese, spagnolo o tedesco) la riducono a mera idoneità invece che renderla un esame vero e proprio.
          A titolo di esempio, lascio qui il piano di studi della Sapienza che è (stranamente) monocurriculare e che, come da piano statutario, gli esami quantitativi si riducono alla sola economia politica e a statistica (tra l’altro, almeno a Roma, Scienze politiche alla Sapienza ha la fama di averli come esami molto più tranquilli ed abbordabili rispetto ad altri atenei, ma questo chiaramente è irrilevante) con un piano di studi che a me pare un minestrone, onestamente:
          https://corsidilaurea.uniroma1.it/it...2022/31274/cds
          La L-16 (Scienze dell’amministrazione e dell’organizzazione), sempre del suddetto ateneo, invece mi sembra meglio strutturata e, permettimi l’aggettivo, anche più seria.

          Ancora, come dicevo, io trovo assurdo che l’epigrafe della classe L-36 sia “Scienze politiche e delle relazioni internazionali”, quando ci sono lauree che di “scienze delle relazioni internazionali” non hanno proprio niente, come questa dell’Università di Bologna a curriculum sociologico, in cui tra l’altro l’unico esame di diritto è Istituzioni di diritto pubblico (personalmente ritengo che almeno due o tre esami di diritto siano necessari, tra cui istituzioni di diritto privato che è sempre utile e magari una disciplina giuspubblicistica come diritto internazionale o diritto dell’UE, che mi sembrano imprescindibili per una laurea di suddetta classe):
          https://corsi.unibo.it/laurea/Scienz...3/951/000/2022

          O ancora, all’Università di Firenze (in cui i piani di studio non è che siano granché, nel senso che a occhio gli esami più impegnativi hanno solo 6 crediti, e la cosa mi sembra voluta, inoltre anche qui in tutti i curricula è assente istituzioni di diritto privato) in cui la seconda lingua è mera idoneità da 6 CFU in cui serve è sufficiente la comprensione scritta e orale:
          https://www.scienzepolitichetriennal...ml#terzo_media

          Allora il problema secondo me non è tanto la laurea in Scienze politiche in sé, che come dicevo dovrebbe essere una laurea multidisciplinare come infatti viene concepita in molti paesi europei, quanto piuttosto il fatto che ogni ateneo se la giostra come gli pare e la classe L-36 è diventata un “contenitore” in cui molti atenei costruiscono piani di studio campati per aria e che, almeno a parer mio, non incontrano minimamente quelli che in realtà sono gli obiettivi prefissati dalla classe, ossia: una laurea interdisciplinare con diversi esami a respiro internazionale (so benissimo dell’uso smoderato di questo aggettivo al giorno d’oggi) e/o europeo.
          Fare una laurea “contenitore” a partire da altre classi invece è molto più difficile.
          È per questo motivo che la classe L-36 è spesso bistrattata, quando invece le potenzialità per essere un corso di laurea considerato più serio le avrebbe eccome.
          Per quanto riguarda la classe L-37 (“Scienze sociali per cooperazione, lo sviluppo e la pace”), per me il motivo dell’esistenza di tale classe, che sembra di matrice boldrianana, è tuttora ignoto. In teoria dovrebbe appunto rivolgersi a carriere presso organizzazioni non governative e del terzo settore e per assistenza e collaborazione con i paesi in via di sviluppo, infatti prevede come esame imprescindibile quello di antropologia. Nella pratica, avrebbe potuto tranquillamente essere realizzato come curriculum dai vari atenei. Non a caso, si tratta di una classe pressoché estinta, e per fortuna direi, perché raramente presente nei concorsi; ci sono però degli atenei che fanno la follia di offrirla ai propri iscritti che rischiano di trovarsi con un pugno di mosche in mano, quando gli atenei stessi avrebbero potuto benissimo far afferire il corso ad una L-36.
          Ad ogni modo, sicuramente avrebbe avuto più senso creare una classe con vincoli molto più restrittivi e due classi, una in in "Scienze politiche e relazioni internazionali" (con due lingue obbligatorie previste come esami veri e propri, storia delle relazioni internazionali, diritto internazionale o dell'UE obbligatori) e una in "Scienze politiche e sociali", quest'ultima senza l'obbligo della seconda lingua e più improntata agli studi di microeconomia e sociologia, per capirci.
          Ultima modifica di gnugno; 01-11-2022, 14:55.

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          • #6
            Carp gnuno,

            le tue considerazioni sono molto interessanti, ma metti sul piatto varie questioni che costituiscono variabili indipendenti. Provo a isolarle.

            Innanzitutto, se è vero che la tabella della classe L-36 appare informe, è parimenti vero che non si tratta dell'unica classe con questa caratteristica. Per rimanere nell'area sociale e nel primo ciclo, ti dirò che la L-18 e la L-33 non scherzano. Nel secondo ciclo, poi, non ne parliamo proprio: ci sono corsi di laurea magistrale che potrebbero essere collocati senza variazioni in cinque se non sei classi differenti, ad esempio LM-56, LM-63, LM-76, LM-77 e LM-SC/GIUR, oppure LM-16, LM-56. LM-77, LM-82, LM-83 e LM-BIGDATA, oppure LM-62, LM-63, LM-81, LM-90, LM-SC/GIUR. Non parliamo poi di cosa succede in àmbito umanistico: hai visto le lauree magistrali interclasse LM-1 e LM-90? Le potresti fare rientrare tranquillamente in altre sette-otto classi.
            Diciamo che le università non vanno troppo per il sottile non si preoccupano di attenersi alle declaratorie delle classi (che pur presentano sovente ambiguità e sovrapposizioni), am si limitano a guardare le tabelle e le sfruttano come meglio credono. La stessa AMS-UniBo ha una laurea in Sociologia, di classe L-40, e una laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, di classe L-36, che sono rispettivamente uguali al curriculum sociologico e al curriculum internazionalistico del corso di laurea in Scienze politiche, sociali e internazionali.
            Vieppiù, la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" dell'Università di Firenze con l'ordinamento ex DM 509/1999 aveva:
            - due corsi di classe 15 (corrispondente all'attuale L-36), Scienze politiche e Studi internazionali;
            - due corsi di classe 19 (corrispondente all'attuale L-16), Scienze di governo e dell'amministrazione e Relazioni industriali e sviluppo delle risorse umane (già Relazioni industriali e gestione delle risorse umane);
            - un corso di classe 14 (corrispondente all'attuale L-20), già interfacoltà con Scienze della formazione, Media e giornalismo "Adriano Olivetti" (nella stessa classe la facoltà di Lettere e filosofai dell'ateneo medesimo offriva Comunicazione linguistica e multimediale);
            - un corso di classe 36 (corrispondente all'attuale L-40), Scienze sociali, poi Sociologia;
            - un corso di classe 37 (corrispondente all'attuale L-37), interfacoltà con Scienze della formazione e con Medicina, Operazioni di pace: gestione e mediazione dei conflitti (nello stesso ateneo in questa classe c'era Sviluppo e cooperazione internazionale alla facoltà di Economia);
            - un corso di classe 6 (corrispondente all'attuale L-39), Servizio sociale.
            Con il passaggio al DM 270/2004 hanno trasformato Servizio sociale per adattarla al nuovo ordinamento, mentre sono stati capaci di ridurre tutti gli altri corsi a curricula del nuovo corso di laurea unificato in Scienze politiche. Poi dopo hanno staccato da quest'ultimo il curriculum "Sociologia" e l'hanno fuso con Servizio sociale per fare un corso interclasse.
            Secondo te l'ateneo si è preoccupato della mutazione genetica del valore legale? Ma figurati. Ti basti pensare che nel curriculum "Studi in comunicazione" impartisce un insegnamento obbligatorio di Teorie e tecniche della comunicazione pubblica che si prefigge lo scopo di formare gli studenti a prepararsi a divenire funzionari degli uffici per le relazioni con il pubblico ai sensi della legge 150/2000. Peccato che il DPR 422/2001, attuativo di tale legge, escluda che ordinariamente tali uffici possa essere adibito personale direttivo laureato in Scienze politiche, anche se ha dato gli essi esami di Scienze della comunicazione :-))
            Tu sai che la facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali Statale di Milano cambiò la classe del corso di laurea in Scienze e tecnologie della comunicazione musicale dalla 14 (Scienze della comunicazione, attuale L-20) alla 26 (Scienze e tecnologie informatiche, attuale L-31) dalla sera al mattino con effetto retroattivo sugli iscritti che ancora dovevano conseguire il titolo? Ti lascio immaginare la reazione dei vecchi laureati (per i quali comunque mi pare fosse stato previsto un percorso agevolato per farli ri-laureare sulla nuova classe), visto che c'è un abisso di cose che si possono fare tra le due classi. Al momento la memoria non mi aiuta e non riesco a trovare niente con una ricerca rapida, ma a naso direi che non si trattò dell'unico caso di una variazione di classe.
            Pensa che a Parma c'era un corso di laurea in Scienze della comunicazione scritta e ipertestuale afferente non alla classe 14 (attuale L-20), Scienze della comunicazione, ma alla classe 5 (attuale L-10), Lettere. Avrebbero potuto metterlo pure nella classe 23 (attuale L-3), nella classe 13 (attuale L-1), nella classe 3 (attuale L-12) e nella classe 11 (attuale L-11).
            Hai detto bene della classe 37/L-37. Peccato per l'Università della Calabria, che ha deciso di ascrivere a questa classe la trasformazione neo-ordinamentale del corso di laurea in Discipline economiche e sociali, un corso di laurea estremamente quantitativo che con il vecchio ordinamento esisteva solo alla Bocconi e all'Università della Calabria e durava 5 anni (anziché 4 come tutti gli altri corsi delle aree umanistica e sociale tranne Psicologia e Scienze della comunicazione). La Bocconi decise proprio di sopprimerlo e ha introdotto un omonimo corso di laurea magistrale.

            Quanto alle lingue, con il 509 la classe 14 e la classe 15 prevedevano ciascuna, oltre la conoscenza di due lingue straniere di cui almeno una comunitaria, almeno due settori scientifico-disciplinari di lingua e traduzione obbligatori, con un numero di crediti maggiore per la prima che per la seconda. Adesso invece la L-20 prevede solo una lingua obbligatoria (e può essere anche idoneità), la L-36 due lingue obbligatorie ma un solo settore di lingua e traduzione, con la conseguenza che per una delle due lingue c'è esame di profitto e per l'altra può essere di mera idoneità. Inoltre la 14 prevedeva come settore obbligatorio, mi pare per almeno 6 crediti, INF/01 oppure ING-INF/05, mentre la seconda una idoneità di informatica. Le idoneità informatiche sono state eliminate dappertutto e dalla L-20 è stato anche eliminato l'obbligo di far figurare uno dei settori citati.

            Fatta questa lunga premessa, io non credo che il pregiudizio negativo attorno ai corsi di laurea in Scienze politiche derivi dalla indeterminatezza della classe, altrimenti con il vecchio ordinamento non sarebbe dovuto esistere, invece ti assicuro che anche prima non è che i corsi in Scienze politiche godessero di chissà quale fama.
            Viceversa, se dici di studiare Economia la gente si scappella, anche se magari nella tua stessa università ci sono dieci corsi tra L-18 e L-33 e hanno tra di loro in comune un paio di esami.


            PS
            Economia politica non è un insegnamento quantitativo.
            BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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            • #7
              dottore per economia politica dipende: in alcuni corsi di laurea è pressoché qualitativa, ad esempio nelle lauree in Giurisprudenza (il motivo dell’esistenza di tale esame a Giurisprudenza è per me ignoto, visto che rimane lì isolato in un corso di laurea che prevede tutti esami del settore IUS), in cui è considerato da tutti un esame anche molto tranquillo.
              In altri, e mi riferisco proprio a Scienze politiche, l’esame è spesso molto quantitativo; poi dipende dalle singole sedi e, come dicevo, alla Sapienza ha la fama di essere comunque un esame molto abbordabile. Al di là di questo, il fatto è che a Scienze politiche i docenti con gli atteggiamenti baronali sono proprio quelli di economia politica e statistica, che spesso fanno esami col fine di bocciare quanti più studenti (ergo, resi difficili “fine a se stessi”) piuttosto che col fine di valutare oggettivamente, ergo capita spesso che rendano l’esame di economia politica quanto più quantitativo possibile, fermo restando che per me l’assioma “quantitativo=difficile” non esiste. Però, tanto per dire, nel dipartimento di Scienze politiche di Roma Tre, l’esame di “economia internazionale” (che è afferente allo stesso settore di economia politica) viene considerato come un esame non da ridere proprio per via del docente ed è necessario fare numerosi esercizi, a differenza del dipartimento di Economia in cui l’esame è un orale!

              Detto questo, il pregiudizio nei confronti delle lauree in Scienze politiche non ho dubbi che ci sia sempre stato, certo è che ora è più che meritato, perché una laurea in Scienze politiche senza un esame di istituzioni di diritto privato e con la seconda lingua ridotta a mera idoneità (come avviene all’Università di Firenze, in cui a me qualcuno deve spiegare cosa c’entri un curriculum in “comunicazione e media” in una L-36, come tu stesso affermi) è inconcepibile, così come lauree in Scienze politiche con gli esami economici ridotti alla sola economia politica (come avviene alla Sapienza, in cui il corso mi pare un’accozzaglia). Ci sono poi L-36 invece molto ben fatte e che hanno piani di studi molto seri e che rispettano molto di più gli obiettivi prefissati dalla classe, rispettando anche il requisito “internazionalistico” che appare nell’epigrafe, però a me non pare proprio sia la norma.
              Per capirci, è lo stesso discorso che applicherei alle lauree in Scienze della comunicazione che di per sé non sarebbero nemmeno per cretini come appaiono nella percezione comune e che effettivamente sono, ma vengono rese tali se trasformate in corsi di studio pseudo-umanistici con esami filosofico-letterari che non si sa di cosa riguardano piuttosto che esami sociologici, economici e giuridici, dico per dire, tant’è che di “scienze” non c’è nulla.
              Evito di allargarmi troppo perché altrimenti si rischia di trascendere, però se Giurisprudenza viene considerato un percorso impegnativo o quantomeno più impegnativo (nonostante non è che io abbia visto chissà che persone brillanti laurearsi in Giurisprudenza eh, sia chiaro, dato che di norma è un refugium peccatorum in cui la stragrande maggioranza riesce perché impara a memoria la favoletta, infatti ho visto cretini patentati che non sanno mettere quattro parole di fila in italiano o fare un’argomentazione decente laurearsi con il massimo dei voti) è anche perché, presumo, i requisiti della classe sono molto stringenti dato che abilita all’esercizio della professione forense, di magistrato, notaio o quel che è. Ergo, che tu ti laurei in Giurisprudenza all’Università della Calabria, alla LUISS o all’Università degli studi di Milano, gli esami sempre quelli sono, tant’è vero che la divisione in curricula non può esistere per Giurisprudenza (al massimo ci sono dei percorsi con esami opzionali prefissati). Lo stesso non si può mica dire per Scienze politiche che in molti casi, con il fatto del “percorso multidisciplinare”, ossia quello che dovrebbe essere il suo punto di forza, viene trasformato in un corso di laurea che esula proprio dai suoi obiettivi anche per via dei vincoli ministeriali che sono di manica molto larga, vedi Scienze politiche a curriculum sociologico all’Università di Bologna, dato che per me l’esistenza di tale corso equivale ad un “non voglio laurearmi in Sociologia sia perché il titolo è poco spendibile, sia perché molti manco sanno cosa sia la sociologia, ergo mi laureo in Scienze politiche e delle relazioni internazionali che è un po’ più spendibile, dando però pressoché gli stessi esami di un corso di laurea in Sociologia” (magari ecco, dovrai dare statistica, storia delle dottrine politiche e la seconda lingua straniera, per il resto gli esami de facto son gli stessi, tralasciando il fatto che qualcuno a me dovrebbe spiegare come fa un corso di laurea in Sociologia a non avere un esame di statistica, ma questo è tutt’altro discorso).
              Sicuramente, per carità, io non ho dubbi che ci siano lauree in Economia ed Economia aziendale difformi rispetto agli obiettivi della classe, però è anche vero che è l’eccezione e non la regola, al di là del fatto che poi ogni ateneo veda solamente le tabelle e costruisca il piano come gli pare: per capirci, è improbabile che troverai un corso di laurea in Economia che preveda un esame statutario in “Storia del giornalismo e della comunicazione”, che invece trovi nella L-36 dell’Università di Firenze e che a me qualcuno deve spiegare cosa ci azzecchi in un corso di laurea in Scienze politiche. È per questo che magari gli studi in Economia vengono ritenuti un po’ più seri, non solo per il fatto che in media hanno una componente quantitativa maggiore, fermo restando che non ho dubbi che le lauree in Scienze politiche in Italia hanno e avranno sempre un certo pregiudizio, però il senso del mio discorso è che adesso sicuramente questo pregiudizio è stato ben implementato.


              Comunque, rispondendo a Ilas9, io eviterei proprio la L-33 (per quello che ti interessa fare, troppo teorica, come la stessa università italiana) e mi orienterei verso una scuola per traduttori e interpreti, che ha un taglio molto più pratico; altrimenti verso una L-36, più utile, con cui quantomeno puoi fare i concorsi pubblici, però se l’obiettivo è quello è decisamente preferibile una L-16 (“Scienze dell’amministrazione e dell’organizzazione”) che ha solitamente esami molto più attinenti. Poi se uno vuole esser certo di trovare lavoro subito, fermo restando che la laurea non è assolutamente una condicio sine qua non (altrimenti non sarebbe pieno di laureati a spasso e di gente senza laurea che invece fa ottimi lavori ben retribuiti), è chiaro che bisogna orientarsi verso lauree professionalizzanti come ad esempio Infermieristica.

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              • #8
                Originariamente inviato da gnugno Visualizza il messaggio
                [FONT=Verdana]dottore per economia politica dipende: in alcuni corsi di laurea è pressoché qualitativa, ad esempio nelle lauree in Giurisprudenza (il motivo dell’esistenza di tale esame a Giurisprudenza è per me ignoto, visto che rimane lì isolato in un corso di laurea che prevede tutti esami del settore IUS), in cui è considerato da tutti un esame anche molto tranquillo.
                Ma non è questione. Di per sé non è una materia quantitativa. Poi, come tutte le scienze sociali, si avvale di strumenti quantitativi. Dopodiché il singolo docente può trascurarli oppure, all'estremo opposto, incentrare l'esame tutto su quelli trasformandolo in un eserciziario di matematica e tralasciando completamente la materia.

                In altri, e mi riferisco proprio a Scienze politiche, l’esame è spesso molto quantitativo; poi dipende dalle singole sedi e, come dicevo, alla Sapienza ha la fama di essere comunque un esame molto abbordabile. Al di là di questo, il fatto è che a Scienze politiche i docenti con gli atteggiamenti baronali sono proprio quelli di economia politica e statistica, che spesso fanno esami col fine di bocciare quanti più studenti (ergo, resi difficili “fine a se stessi”) piuttosto che col fine di valutare oggettivamente, ergo capita spesso che rendano l’esame di economia politica quanto più quantitativo possibile, fermo restando che per me l’assioma “quantitativo=difficile” non esiste. Però, tanto per dire, nel dipartimento di Scienze politiche di Roma Tre, l’esame di “economia internazionale” (che è afferente allo stesso settore di economia politica) viene considerato come un esame non da ridere proprio per via del docente ed è necessario fare numerosi esercizi, a differenza del dipartimento di Economia in cui l’esame è un orale!
                Nella mia esperienza gli esami economico-statistici sono generalmente più tosti nei corsi di laurea in Scienze politiche che non in quelli economici ed economico-aziendali, poi sulle motivazioni potremmo stare a discutere sino a domani.

                Detto questo, il pregiudizio nei confronti delle lauree in Scienze politiche non ho dubbi che ci sia sempre stato, certo è che ora è più che meritato, perché una laurea in Scienze politiche senza un esame di istituzioni di diritto privato e con la seconda lingua ridotta a mera idoneità
                Secondo me ci dovrebbero essere obbligatorî:
                1. Diritto costituzionale oppure Istituzioni di diritto pubblico oppure Diritto pubblico/costituzionale italiano e comparato;
                2. Diritto dell'Unione europea;
                3. Istituzioni di diritto privato oppure Diritto civile oppure Diritto privato comparato oppure Sistemi giuridici comparati.
                Dopodiché, se il corso ha una spiccata impronta internazionalistica dovrebbe essere previsto come obbligatorio anche Diritto internazionale; se ha un'impronta più interna dovrebbe esserci Diritto amministrativo; se è a indirizzo socio-criminologico dovrebbe esserci Diritto penale.
                Insomma, 4 esami di diritto totali di cui 3 comuni e 1 di indirizzo.

                come avviene all’Università di Firenze, in cui a me qualcuno deve spiegare cosa c’entri un curriculum in “comunicazione e media” in una L-36
                Storia lunga, molto lunga.
                In estrema sintesi, il primo insegnamento di Teorie e tecniche delle comunicazioni di massa in Italia fu attivato nel 1963 presso la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" dell'Università degli studi di Firenze. All'epoca la facoltà aveva un unico corso di laurea, Scienze politiche. Nell'àmbito dell'indirizzo politico-sociale di questo, la parte riguardante gli studi di comunicazione si sviluppò tantissimo, tant'è che quando in Italia fu istituito il dottorato di ricerca la facoltà attivò un corso di dottorato in Sociologia della comunicazione.
                Con la riforma universitaria, la facoltà volle attivare un corso di laurea in Media e giornalismo, collocato in classe 14 (corrispondente alla classe L-20).
                Con la riforma della riforma (dico così per brevità), furono introdotte forti limitazioni affinché un ateneo potesse attivare più corsi della stessa classe, e la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" aveva attivato un corso di una classe rappresentata anche presso la facoltà di Economia e un corso, Media e giornalismo "Adriano Olivetti" giustappunto, la cui classe era rappresentata anche a Lettere e filosofia. Si optò, dunque, per una drastica razionalizzazione nella quale tutti i corsi esistenti furono declassati a curricula fortemente specialistici dell'unico corso di laurea in Scienze politiche.

                Ci sono poi L-36 invece molto ben fatte e che hanno piani di studi molto seri e che rispettano molto di più gli obiettivi prefissati dalla classe, rispettando anche il requisito “internazionalistico” che appare nell’epigrafe, però a me non pare proprio sia la norma.
                Attenzione, però: mi pare che tu confonda l'epigrafe della classe con la sua declaratoria. L'epigrafe, cioè la denominazione, è un descrittore sintetico. La declaratoria non dice che i corsi devono avere obbligatoriamente un orientamento internazionalistico.

                Per capirci, è lo stesso discorso che applicherei alle lauree in Scienze della comunicazione che di per sé non sarebbero nemmeno per cretini come appaiono nella percezione comune e che effettivamente sono, ma vengono rese tali se trasformate in corsi di studio pseudo-umanistici con esami filosofico-letterari che non si sa di cosa riguardano piuttosto che esami sociologici, economici e giuridici, dico per dire, tant’è che di “scienze” non c’è nulla.
                Su questo con me sfondi una porta aperta.
                Peraltro i corsi di laurea in Scienze della comunicazione di gran lunga peggiori sono quelli che portano la nomea di essere più qualificati, cioè quelli attivi presso gli atenei di Bologna e Siena, i più umanistici di tutti. Sino alla soppressione delle facoltà era facile individuare i corsi di laurea in Scienze della comunicazione a orientamento fuffologico: erano quelli attivati dalle facoltà di Lettere e filosofia e, in seconda battuta, quelli attivati dalle facoltà di Scienze della formazione. I migliori, invece, erano quelli attivati dalle facoltà di Sociologia e, soprattutto, Scienze politiche.

                se Giurisprudenza viene considerato un percorso impegnativo o quantomeno più impegnativo […] è anche perché, presumo, i requisiti della classe sono molto stringenti
                La classe LMG/01 vincola 216 crediti su 300 e inoltre prevede come ineludibili nei piani di studio i settori IUS/01, IUS/04, IUS/08, IUS/14, IUS/10, IUS/13, IUS/15, IUS/16, IUS/17, IUS/18 e IUS/19 in parti uguali e IUS/20 che pertanto devono essere obbligatoriamente presenti in tutti i corsi LMG/01, tuttavia con peso diverso. Inoltre prevede l'obbligo di rappresentare almeno uno dei settori dei seguenti elenchi:
                - IUS/08, 09 o 11
                - IUS/18 o IUS/19;
                - SECS-P/01, 02, 03 o 07 oppure SECS-S/01 oppure IUS/12 di cui almeno 5 in IUS/12;
                - IUS/02 o 21
                Quindi quello che dici tu è parzialmente vero, nel senso che i corsi non sono tutti uguali ma comunque sono molto simili per circa due terzi e dunque ragionevolmente riconoscibili. Di contro, non è solo Scienze politiche che potrebbe essere un minestrone: è Giurisprudena che rappresenta un'eccezione in quanto di norma i crediti vincolati (e spesso i vincoli sono molto blandi a causa delle rose di opzioni) sono 90 su 180 per i corsi di laurea e 48 su 120 per i corsi di laurea magistrale. Infatti anche nelle classi economiche e aziendali trovi di tutto e di più.

                è improbabile che troverai un corso di laurea in Economia che preveda un esame statutario in “Storia del giornalismo e della comunicazione”, che invece trovi nella L-36 dell’Università di Firenze e che a me qualcuno deve spiegare cosa ci azzecchi in un corso di laurea in Scienze politiche.
                Guarda il corso di laurea magistrale in Management della comunicazione d'impresa della Unimore ;)

                Comunque, rispondendo a Ilas9, io eviterei proprio la L-33 (per quello che ti interessa fare, troppo teorica, come la stessa università italiana) e mi orienterei verso una scuola per traduttori e interpreti
                L-33 è Scienze economiche. Sicuro che intendessi quella?
                Ultima modifica di dottore; 10-11-2022, 15:00.
                BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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                • #9
                  Ma non è questione. Di per sé non è una materia quantitativa. Poi, come tutte le scienze sociali, si avvale di strumenti quantitativi. Dopodiché il singolo docente può trascurarli oppure, all'estremo opposto, incentrare l'esame tutto su quelli trasformandolo in un eserciziario di matematica e tralasciando completamente la materia.
                  Di per sé non è una disciplina molto quantitativa, però appunto dipende dalla laurea di cui parliamo. A Giurisprudenza, come dicevo, è risaputo che sia molto all'acqua di rose (fosse per me la toglierei, perché per me messa lì non ha un senso). A Scienze politiche i docenti spesso la trasformano in un vero e proprio eserciziario di matematica (che non a nulla da invidiare a un esame di statistica), come tu dici, che esula dai fini della disciplina e vogliono rendere l'esame quanto più difficile possibile, e guarda caso sono professori ordinari. È chiaro che se parliamo, dico per dire, di un esame di diritto privato, quello non potrà mai essere quantitativo da nessuna parte; per economia politica invece dipende dal docente che ti ritrovi.
                  ​​​​​​Nella mia esperienza gli esami economico-statistici sono generalmente più tosti nei corsi di laurea in Scienze politiche che non in quelli economici ed economico-aziendali, poi sulle motivazioni potremmo stare a discutere sino a domani.
                  Su questo sono d'accordo. Il problema però nasce nel momento in cui gli atenei riducono volutamente al minimo gli esami economico-statistici ossia ai vincoli della classe (vedi la Sapienza), che sono statistica ed economia politica, quando io ritengo che un ulteriore esame economico sia assolutamente necessario al di là dei vari curricula.
                  ​​​​​​Secondo me ci dovrebbero essere obbligatorî:
                  1. Diritto costituzionale oppure Istituzioni di diritto pubblico oppure Diritto pubblico/costituzionale italiano e comparato;
                  2. Diritto dell'Unione europea;
                  3. Istituzioni di diritto privato oppure Diritto civile oppure Diritto privato comparato oppure Sistemi giuridici comparati.
                  Dopodiché, se il corso ha una spiccata impronta internazionalistica dovrebbe essere previsto come obbligatorio anche Diritto internazionale; se ha un'impronta più interna dovrebbe esserci Diritto amministrativo; se è a indirizzo socio-criminologico dovrebbe esserci Diritto penale.
                  Insomma, 4 esami di diritto totali di cui 3 comuni e 1 di indirizzo.
                  Non sono d'accordo. Secondo me dovrebbero esserci tre esami di diritto che sono lo stesso numero di esami che si trova in altri corsi di laurea in scienze sociali come Economia, ossia:
                  1. Diritto costituzionale o Istituzioni di diritto pubblico (tanto son la stessa cosa e la differenza è talmente labile quanto inesistente, quindi l'uno o l'altro vanno bene lo stesso)
                  2. Istituzioni di diritto privato, e solo quello, perché senza una base di diritto privato purtroppo non si va da nessuna parte, ergo io non darei la possibilità di scegliere tra esami come Diritto privato comparato o Sistemi giuridici comparati (questi tutt'al più potrebbero essere degli opzionali)
                  3. Un terzo esame di diritto che cambi a seconda del curriculum: internazionale per il curriculum internazionalistico, dell'UE per un curriculum europeistico, diritto amministrativo per quelli a tematica interna/sociale.
                  Diritto penale sarà pure una disciplina giuspubblicistica, però non ci azzecca proprio niente con Scienze politiche.
                  Questo modus operandi, come dicevo, è anche quello delle lauree in Economia aziendale (in cui c'è la triade diritto pubblico, privato e commerciale) o comunque in quelle incentrate sull'economia politica (diritto pubblico, privato e amministrativo), fermo eccezioni. E a me sembra un ragionamento giusto, infatti secondo me il problema nasce quando abbiamo corsi di laurea in Scienze politiche senza Istituzioni di diritto privato, che è un assurdo e sembra pratica sempre più diffusa.
                  Attenzione, però: mi pare che tu confonda l'epigrafe della classe con la sua declaratoria. L'epigrafe, cioè la denominazione, è un descrittore sintetico. La declaratoria non dice che i corsi devono avere obbligatoriamente un orientamento internazionalistico.
                  Mi spiego meglio, perché è per questo che ti ho riportato l'esempio di Scienze della comunicazione, ossia: un corso di laurea che si chiama "Scienze della comunicazione" e in cui poi di scienze c'è poco e niente, a partire da una prevalenza di esami a carattere filosofico-letterario, allora non dovrebbe chiamarsi così (tutt'al più, che so, "Discipline umanistiche per la comunicazione"). Fermo restando, ovviamente, che le discipline umanistiche non sono fuffa, piuttosto sono gli esami spesso ficcati nelle lauree in Scienze della comunicazione che lo sono, ma al di là di queste mie considerazioni, il punto è che l'epigrafe della classe ("scienze") trascende dai contenuti del corso di laurea.
                  Allo stesso modo, un'epigrafe che si chiama "Scienze politiche e delle relazioni internazionali" e poi di "scienze delle relazioni internazionali" non ha nulla, a partire da esami come storia delle relazioni internazionali, diritto internazionale e storia e istituzioni di paesi stranieri (Storia e istituzioni dell'Asia SPS/14 o Storia e istituzioni dell'Africa SPS/13 o Storia e istituzioni delle Americhe SPS/05, solo per citarne alcuni) è altrettanto assurdo, così come è assurdo che la seconda lingua spesso sia mera idoneità.
                  Allora avrebbe avuto senso creare due classi, una in "Scienze politiche e sociali" in cui è assente l'impronta internazionalistica e la seconda lingua, e un'altra in "Scienze politiche e delle relazioni internazionali/scienze delle relazioni internazionali".
                  Guarda il corso di laurea magistrale in Management della comunicazione d'impresa della Unimore ;)
                  Infatti quel corso di laurea magistrale della classe ha solo l'afferenza, ma appunto io dicevo che è improbabile (non impossibile) che un corso di laurea in Economia preveda un esame in "Storia del giornalismo e della comunicazione". Ma corsi di laurea in Economia con esami fuffa (o meglio, non che siano fuffa, ma che non hanno nulla a che fare con la classe della laurea), parliamoci chiaro, sono pochi, mentre Scienze politiche è diventato il corso di laurea "contenitore" per eccellenza.
                  L-33 è Scienze economiche. Sicuro che intendessi quella?
                  Errata corrige, chiaramente mi riferivo alla L-12 (Mediazione linguistica) e non sono avvezzo ad usare le sigle delle classi. Per questo dicevo che, piuttosto che una laurea L-12, sia meglio una scuola di interpretariato e traduzione.

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                  • #10
                    Originariamente inviato da gnugno Visualizza il messaggio
                    per me messa lì non ha un senso
                    Ha ancora meno senso Economia aziendale.
                    Il primo insegnamento di Economia politica della storia fu tenuto nel '700 alla facoltà di Giurisprudenza dell'attuale Federico II, da Antonio Genovesi.
                    Il primo corso di laurea in Scienze economiche e commerciali in Italia fu attivato dalla Bocconi quando, in epoca fascista, riuscì a ottenere uno statuto universitario (era nata come una sorta di scuola di specializzazione per laureati in ragioneria).

                    Diritto penale sarà pure una disciplina giuspubblicistica, però non ci azzecca proprio niente con Scienze politiche.
                    Ne sei proprio sicuro, sicuro sicuro?
                    A parte i risvolti pratici (pensa un laureato in Scienze politiche che vuole diventare funzionario dell'ANBSC o dell'ADM oppure di un corpo di polizia locale), se ti parlo di politiche criminali?

                    Questo modus operandi, come dicevo, è anche quello delle lauree in Economia aziendale (in cui c'è la triade diritto pubblico, privato e commerciale)
                    A volte c'è anche Diritto tributario. A volte però si trova Diritto commerciale ma non Diritto privato.

                    Discipline umanistiche per la comunicazione
                    Infatti alcuni si chiamano proprio così :D

                    Allora avrebbe avuto senso creare due classi, una in "Scienze politiche e sociali" in cui è assente l'impronta internazionalistica e la seconda lingua, e un'altra in "Scienze politiche e delle relazioni internazionali/scienze delle relazioni internazionali"
                    In realtà avrebbe senso creare un'unica classe che ricalchi l'unico corso del previgente ordinamento, articolato in 5 indirizzi, restituendo dignità anche agli studi storico-politici.

                    BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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