Sappiamo tutti che i criteri di formazione del voto di conseguimento di un titolo universitario variano profondamente da università a università e addirittura, spesso e volentieri, tra strutture di raccordo (facoltà, dipartimenti, scuole, aree didattiche) all'interno della singola università. In alcuni atenei la materia è devoluta perfino ai regolamenti didattici dei singoli corsi di studio.
I criteri quasi sempre differiscono tra lauree, lauree magistrali e master. In questa sede lascio da parte i diplomi di specializzazione e i dottorati di ricerca, in quanto regolati da discipline speciali, ma anche i master, in quanto sovente hanno criteri autonomi che li distinguono l'uno dall'altro anche all'interno della stessa sede. Quindi questo post riguarda principalmente lauree e lauree magistrali, con i dovuti distinguo.
La media
Fondamentalmente in tutti i casi, o quasi, si parte dalla media delle attività formative conclusesi con assegnazione di voto in trentesimi, quasi sempre pesata sui crediti attribuiti a tali attività formative (media ponderata). Il voto medio in scala 30 viene rapportato al denominatore 110 (media divisa per 3 e moltiplicata per 11 o viceversa, oppure divisa per 30 e moltiplicata per 110 o viceversa) e questo è il punteggio di partenza.
Questioni di storia
Storicamente i sistemi di votazione in trentesimi e in centodecimi, risalenti alla prima metà del Novecento, derivano dal fatto che:
- per gli esami di profitto, la commissione era composta da 3 membri;
- per gli esami generali (esami di conseguimento del titolo*) la commissione era composta da 11 membri;
- in entrambi i casi di cui sopra, ciascuno dei membri aveva a disposizione 10 voti, o punti.
Si parlava di votazione perché in effetti ogni commissario votava, attribuendo al candidato almeno 1 voto (punto) sino al massimale a propria disposizione, dopodiché si scrutinavano i risultati e nel caso in cui tutti avessero assegnato il voto massimo potevano concedere all'unanimità la lode. La sufficienza era pari a 18 voti negli esami di profitto e 66 in quelli «generali».
La votazione, comunque, non avveniva a scrutinio segreto e la tendenza era quella di riportare nei verbali (non a caso abbreviazione di «sommarî processi verbali»), nel tempo sempre più standardizzati, non le singole votazioni, ma solo l'atto finale, pertanto nel tempo questa modalità di formazione del punteggio finale quale sommatoria dei voti attribuiti dai singoli commissari è stata di fatto superata (sino ad arrivare ai giorni nostri, in cui decide il voto solo chi effettivamente esamina il candidato, cioè effettivamente interroga lo studente, e gli altri, che se esistono di solito esistono solo sulla carta, si accodano). La giurisprudenza amministrativa peraltro tende ad avallare questo andazzo qualificando la votazione come un atto collegiale e non come la somma di atti monocratici, senza distinguere una fase istruttoria, fasi endoprocedimentali e provvedimento finale ma riconducendo il tutto a un unico momento, giustappunto collegiale.
Viepiù, le università oggi sono completamente autonome e sappiamo che oramai praticamente nessuna prevede commissioni così pletoriche, anche per gli esami finali (per non parlare nelle sedi in cui opera una scissione tra prova finale e rilascio del titolo). Per gli esami intermedi le commissioni in molti casi sono monocratiche oppure costituite, quasi sempre solo formalmente, da due membri.
Residua delle antiche norme è la scala di votazione finale, mentre di quel sistema non è rimasto nulla. I trentesimi e i centodecimi, spogliati della loro originaria natura, non sono più il risultato dei voti espressi da più esaminatori, ma costituiscono di fatto un unico voto, numericamente espresso sulla medesima scala, determinato nel caso degli esami di profitto da criteri di valutazione del tutto individuali (perlomeno di fatto perché in verità qualche tentativo di elaborare descrittori dei voti, soprattutto ai fini della conversione nella scala ECTS, c'è stato, ma risulta poco efficace stante la necessità di comprimere una scala così ampia appiattendola su 5 lettere; peraltro non si tratta solo di una questione di riduzione, ma anche di rapportare le differenti scale in base a elementi quantitativi, tenendo conto che la conversione matematica da un sistema all'altro), e nel caso dei titoli da criteri fissati dalla singola sede. A tal fine, se da un lato lo scopo è quello di ridurre il margine di arbitrarietà delle commissioni, di fatto gli spazi di arbitrarietà non occupati dalle commissioni vengono gestiti in maniera arbitraria a livello superiore, laddove vengono stabiliti criteri che concorrono a costruire il voto finale che comunque sono frutto di scelte puramente discrezionali.
Una curiosità: nel sistema di istruzione pontificio e in quello elvetico, il voto si chiama "nota". Il voto in Svizzera va da 1 (minimo) a 6 (massimo), ove 4 è la sufficienza; è comune utilizzare anche decimali (solitamente nell'ordine di mezzo punto) ma non so che valore legale abbiano. Le università pontificie invece adottano la scala in decimi con sufficienza 6, oppure la scala qualitativa non probatus (non approvato), probatus (approvato con mera idoneità, sufficiente), bene probatus (approvato con mensione, discreto), cum laude (buono), magna cum laude (molto buono, ottimo), summa cum laude (eccellente), di origine medievale. Queste scale valgono sia per l'esame di profitto sia per il voto del grado.
In UK si usa la stessa scala, solo che è tradotta in inglese: excellent, very good, good, satisfactory, sufficient, fail. La scala ECTS in lettere – A, B, C, D, E, F – si rifà a questo sistema, abbinando ad esso la schematicità di quello americano. Va detto, comunque, che molti atenei britannici adottano sistemi di valutazione oggettiva (tra cui le tanto vituperate crocette) che prevedono il calcolo di percentuale di risposte esatte; in questo caso l'esame s'intende superato con un minimo del 40%, che per noi, tecnicamente, sarebbe insufficiente (in realtà in UK neanche l'insufficienza implica bocciatura, ecco perché non esistono studenti fuori corso). La percentuale viene poi, talvolta, rapportata al sistema in giudizi o lettere. Questi sistemi si usano esclusivamente per gli esami intermedi; per i titoli finali, invece, viene effettuato un calcolo in base alla quale i graduati vengono classificati in base ai risultati ottenuti. Le classi sono le seguenti: 1st class honours, 2nd class honours upper division (2:1), 2rd class honours lower division (2:2), third class honours, pass (ordinary degree). Sul mercato del lavoro un degree di terza classe è decisamente poco utile specie se conseguito in una università non ad alto ranking, mentre un ordinary degree è totalmente inutile anche se conseguito a Oxford, a Cambride, a Liverpool o alla LSE.
Altra curiosità: in Svizzera e Vaticano l'elaborato finale non di ricerca è detto "memoria" ed è generalmente previsto solo per conseguire il secondo grado accademico (master in Svizzera, licenza in Vaticano). Il primo ciclo non prevede quasi mai una prova finale e il terzo ciclo prevede una tesi, in latino chiamata dissertatio (dissertazione), da difendersi (discutersi) in seduta pubblica.
Tanta fantasia
Le università si sbizzarriscono talmente tanto per elaborare i criteri di attribuzione dei voti finali dei propri corsi di studio che è impossibile redigere schemi comparativi, se ci si imbatte in esempi complessi (e a tratti bizzarri) come questo, che presenta elementi rasentanti la schizofrenia (vedi il concetto di laureato in corso decorrente dalla data di prima immatricolazione al sistema universitario italiano).
Pronti, partenza, via
Il problema non sta solo nei punti incrementali, ma anche nella costruzione del voto di partenza. Innanzitutto bisogna vedere se alla media, semplice o ponderata, concorrono tutti gli esami provvisti di voto o solo alcuni, poiché in molte sedi gli esami a scelta sono esclusi (nel caso bizzarro di cui sopra pesano solo se la scelta è effettuata all'interno della rosa proposta e la commissione per definire il voto finale tiene conto di quanto hanno pesato nel determinare la media; in altri casi gli esami a scelta entrano in media non qualora facciano parte di un'offerta specifica ma se afferiscono alla stessa facoltà, scuola o dipartimento presso cui è attivo il corso di studi al cui piano carriera sono stati fatti concorrere), laddove in altre addirittura viene attribuito un voto autonomo in trentesimi ad alcune attività formative sprovviste di SSD (se non tutte), prova finale inclusa (attenzione: il voto della prova finale è una cosa diversa dal voto finale), e queste vengono computate nella media. In alcune sedi gli esami di idoneità senza voto né giudizio vengono computati nella media con un voto fisso uguale per tutti. Poi bisogna vedere come vengono trattate le lodi: si va da casi in cui non contano niente a quelli in cui il 30 e lode viene computato come 31 o 33 (sempre in base 30). Talvolta le lodi incrementano il voto di partenza in trentesimi, ovvero quello già rapportato in centodecimi (ad esempio 0.25 punti in più per ogni lode, magari entro un massimo, aggiunti al voto di partenza in base 30 o in base 110). Alla scuola interdipartimentale di Economia e giurisprudenza della Parthenope, per i corsi di laurea si ha diritto a 1 punto nel caso durante il corso di studi si siano ricevute almeno 2 lodi. A volte viene stabilito che per avere la lode sul voto finale bisogna aver conseguito un certo numero di lodi negli esami oppure, ferma restando l'unanimità dei commissari, bisogna aver già raggiunto (ovvero superato, ove possibile con bonus e/o lodi) il 110. Inoltre in alcune sedi contano pure gli esami aggiuntivi/sovrannumerarî, perfino se fuori piano carriera (piano di studi), e credo che sia questo il motivo per cui in caso di trasferimento o passaggio convalidino anche esami in sovrannumero; in altri, all'eccesso opposto, non contano nemmeno i crediti eccedenti all'interno del piano di studi (ad esempio se io ho 12 crediti a scelta e l'ateneo mi consente di scegliere un esame da 6 e uno da 9 ma quello da 9 pesa comunque per 6, pur essendo verbalizzato per 9). Gli esami sostenuti nell'àmbito di programmi di mobilità internazionale (che, come sappiamo, spesso vengono verbalizzati come convalidati) non sempre vengono computati, e nel caso lo siano i loro voti non sempre vengono convertiti nello stesso modo. Laddove si usa la dispensa (Palermo, Federico II, Vanvitelli, Suor Orsola Benincasa, Cassino, Teramo, Gabriele d'Annunzio, Macerata, Perugia Stranieri, quasi tutte le scuole dell'Università di Firenze; forse Giustino Fortunato, eCampus e San Raffaele Roma prima del passaggio alla gestione Multiversity, ma non ho fonti confermate), gli esami dispensati per definizione non fanno media.
È stato relativamente frequente sino a qualche anno fa, inoltre, l'uso di correttivi come l'eliminazione dal calcolo dell'esame con il voto più alto e/o di quello con il voto più basso o addirittura di due esami per almeno a uno dei due estremi. Di solito si opta per la soluzione più favorevole dello studente e dunque in presenza di più esami con lo stesso voto viene eliminato quello con il maggior numero di crediti se si tratta del voto più basso e con il minore se si tratta di quello più alto.
Va detto, infine, che anche i criteri di arrotondamento cambiano da sede a sede. Ci sono anche sedi, come il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Torino, in cui il voto di partenza viene fornito alla commissione con tutti i decimali, senza alcun arrotondamento.
Bravura predeterminata
Una volta ottenuto il voto di partenza, bisogna vedere se sono previsti dai regolamenti incrementi dello stesso secondo criteri oggettivi predeterminati; tra le predeterminazioni più comuni figurano laurea in anticipo, in corso, entro una determinata sessione fuori corso (o anche entro una determinata sessione in corso); tesi in lingua straniera; partecipazione a programmi di mobilità internazionale. Generalmente in questi casi non è la commissione che esegue il calcolo, ma la segreteria nella propria istruttoria fornisce alla commissione già il voto minimo con cui lo studente deve conseguire il titolo, cioè il voto di partenza già incrementato di tutti i bonus spettanti al candidato in base alle condizioni che di volta in volta ricorrono. Vi sono, comunque, delle eccezioni.
Alla Parthenope addirittura per i corsi di laurea (non quelli di laurea magistrale) della scuola interdipartimentale di Economia e giurisprudenza vengono aggiunti d'ufficio dei punti premiali se la media supera determinate soglie, tanto che, se la media dei propri esami corrisponde, a 105/110, si parte da 108. Per le lauree cosiddette triennali della facoltà di Economia dell'Università cattolica i punti a disposizione della commissione sono solo 3, ma tra bonus profitto, bonus velocità, bonus internazionalizzazione e bonus teologia (quest'ultimo però è a discrezione della commissione) si può arrivare a 11.5 punti in più rispetto alla media di partenza rapportata alla base 110 e questo significa poter aspirare al 110 e lode con una media pari a 26.86/30 ( = 98.49/110). I bonus sono tanti e tali con la media del 27 ci si può ritrovare dinanzi alla commissione con 109 e con la media del 28 si può essere presentati ad essa con 110, dunque praticamente si ha la lode in tasca, quando nella maggior parte degli atenei con la media del 28 si parte da 103 e ottenere anche il 110 semplice è tutt'altro che scontato.
Il giudizio delle commissioni
Le commissioni possono poi aggiungere al voto di partenza un numero massimo di punti che di solito va dai 5-6 ai 10, ma con qualche caso isolato in cui l'incremento possibile è più basso o più alto (se non, in qualche caso proprio estremo, illimitato), e talvolta hanno a disposizione dei punti bonus da poter aggiungere a determinate condizioni.
In qualche caso è previsto che la commissione possa anche aggiungere 0 punti (cioè confermare il voto di partenza) e in rarissimi casi assegnare una valutazione negativa. La valutazione negativa è declinata diversamente nei rarissimi regolamenti che la prevedono: a volte ne consegue l'invalidità dell'intero esame (che dunque deve essere ripetuto), altre volte la diminuzione del voto di partenza. Nella mia esperienza non ho mai visto l'applicazione di norme del genere, nemmeno all'esito di colossali figuracce.
Tesi o non tesi
Non di rado è previsto che lo studente possa conseguire il titolo con diverse tipologie di prova finale, cui corrispondono possibilità incrementali differenti del voto di partenza, sia per quanto attiene ai punti a disposizione della commissione sia per quanto attiene a eventuali incrementi previsti di diritto sulla base dei suddetti criteri oggettivi predeterminati. Anche su questo la fantasia si spreca e pertanto potrebbe essere aperto un capitolo a parte. Va detto che per la laurea magistrale, non dissimilmente dalla vecchia specialistica, è la norma ministeriale (art. 11, c. 5, DM 270/2004) a prevedere una tesi originale elaborata sotto la guida di un relatore, quindi i regolamenti interni degli atenei non si possono (non si potrebbero) discostare da questo principio. Non è prevista invece una tesi con il vecchio ordinamento, per il quale la tesi era mera consuetudine: ecco perché moltissimi atenei stanno incentivando i dinosauri dei corsi quadriennali e quinquennali ante 2001 a conseguire la laurea attraverso prove finali semplificate (vedi le «tesi a modello differenziato» per i corsi di laurea in Giurisprudenza quadriennali della Federico II e della Vanvitelli).
Soglie di sbarramento
Possiamo quindi dire che a parità di voto di partenza tra un ateneo e l'altro vi possono essere differenze sul voto finale molto importanti, tali da precludere o consentire l'accesso a carriere per le quali esiste una soglia di sbarramento.
In conclusione, prima di scegliere l'università, bisognerebbe pertanto tener conto anche di questi aspetti, che personalmente ritengo non secondari.


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