Ho sempre cercato di non lasciarmi convincere da stereotipi o pregiudizi di sorta, soprattutto su tematiche così importanti, ma a volte la paura, le preoccupazioni su un presente incerto e un futuro assente, le pressioni sociali e le ansie confermate da aspettative tutt'altro che rosee e positive possono facilmente influenzarti e impressionarti, e di questo stato di vulnerabilità e insicurezza personale ne sono più che consapevole. Ho deciso di rivolgermi personalmente a questa piattaforma nella convinzione che, sebbene il "sentito dire" sia l'ultimo dei parametri di giudizio da considerare, è anche vero che ascoltare le parole di chi è più saggio, più esperto e in qualche modo "vissuto" possa avere risvolti potenzialmente positivi, anche solo aprendomi gli occhi su aspetti che, magari, fino a quel momento non avevo considerato. Detto questo, cercherò di essere il più coincisa possibile.
Premessa: non intendo assolutamente offendere o incentivare visioni pregiudiziali negative e dispregiative nei confronti di nessuna delle facoltà citate, spero che le mie parole non vengano fraintese, essendo la necessità di coniugare l'utile con il dilettevole condivisa potenzialmente da molte persone.
Frequento il primo anno di Scienze e Tecniche Psicologiche e da un po' di tempo mi chiedo se sia questa la mia strada. Pur avendo da sempre avuto interesse per la materia, il non voler diventare psicoterapeuta e le incertezze lavorative che sembrano essere quasi scontate e congenite alla stessa facoltà mi hanno progressivamente indotto a considerare l'eventualità di cambiare facoltà. Ora, il mio secondo interesse, forse divenuto superiore a quello per la psicologia nel corso del tempo, è nei confronti dell'ambito giuridico-politico, storico e sociale, sicché avevo cominciato ad orientare lo sguardo verso scienze politiche. Ma, per ironia della sorte, ho constatato come anche questa facoltà non sembra passarsela meglio in termini di nomea e prospettive occupazionali post-laurea. Ho pensato che un'alternativa valida al solito percorso accademico con tragico epilogo da disoccupato permanente potesse essere la LM-56, ma non avendo mai masticato nozioni di economia e statistica in misura rilevante, ho il timore che non me ne appassioni così tanto da scegliere una laurea magistrale di questo tipo.
Per fornire maggior contesto, ci tengo a dire che il mio genuino interesse per la politica, la storia contemporanea, le tematiche sociali, le ideologie, l'attualità e la giustizia è aumentato costantemente e senza sosta negli ultimi due anni, al punto da avermi indotto a guardare documentari e interviste, ascoltare podcast e leggere articoli ed essays su questi stessi argomenti (premetto di sapere bene quanto ancora sia ignorante su tantissime questioni, ma non demordo e continuo tutt'oggi a sfruttare quanto più possibile parti del mio tempo libero per dedicarmici). Al contrario, quello per la psicologia è rimasto pressoché immutato ma stabile. Per queste ragioni, stupita, ho cominciato a chiedermi se, per caso, mi fossi buttata a capofitto nel mondo della sola facoltà di psicologia ignorando, accantonando più o meno controvoglia o tentando perfino di soffocare il mio interesse per politica e giustizia sociale perché, magari, non mi credevo all'altezza di queste materie? Perché non sufficientemente portata e intelligente, troppo illusa o troppo spaventata all'idea di dovermi ritrovare, un futuro, a sostenere e argomentare, difendere e appoggiarmi esclusivamente sulle mie opinioni? Non so ancora bene come rispondere, ma credo che un nucleo di verità in questi quesiti ci sia. Mentre la sessione invernale iniziava, e mentre tentavo di prepararmi agli esami (che sì, ho effettivamente dato e superato), continuavo a leggere vogliosa i piani di studio di Scienze Politiche, realizzando quindi che in me serpeggiava il dubbio relativo alla facoltà scelta. Da me. Nonostante avessi tempo per maturare una decisione ponderata. Inutile dire che questi dubbi perdurano tutt'ora.
I miei parenti, da nonni a zie, mi hanno fortemente sconsigliato di scegliere un percorso orientato sul diritto e la politica, in quanto, a loro avviso, mi converrebbe di più puntare a una laurea che mi garantisca, in futuro, di insegnare: tradizionale porto sicuro per ogni donna intenzionata a maritarsi, ottenere le garanzie di un mestiere come questo dovrebbe essere la mia sola premura, puntando in particolar modo al mestiere di docente di sostegno. Ora, lungi da me soffermarmi sulle radici di una simile concezione e premesso che non intendo sposarmi (a loro non l'ho ancora detto per non spezzare i loro cuori prima del tempo), mi chiedevo:
- La laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche non sembra avere come sbocco diretto l'insegnamento, per cui quale dovrebbe essere il percorso magistrale più coerente a tal scopo?
- Diventare insegnate sembra essere un'epopea all'insegna di lunghi tragici anni di precariato, sebbene una volta diventati di ruolo si riesca effettivamente a conseguire una relativa stabilità. Chi mi garantisce che riesca a passare al primo colpo i concorsi, a svolgere e superare più o meno brillantemente gli esami richiesti per totalizzare i famosi 24/60 CFU abilitanti? Non vedo come le incertezze di una laurea in scienze politiche siano maggiori rispetto a quelle delineate da questa strada...
- L'insegnamento mi sembra qualcosa di estremamente affascinante e coinvolgente, ma mentirei se dicessi che è da sempre stato il mio sogno, perché non è così: l'idea non mi dispiace più di tanto, ma non è la mia primaria ambizione e non penso sia un elemento completamente indifferente nel discorso, perché scegliere qualcosa per ripiego non mi è mai parsa una mossa vincente ed efficace.
Ho fatto già vari post a riguardo, quindi no, non sto per chiedervi se la laurea in Scienze Politiche qualunque magistrale venga dopo sia utile, fruttuosa ecc. Però, a netto proprio di tutte queste considerazioni, sono stanca: stanca di sentirmi dire che le facoltà umanistiche siano tutte sostanzialmente inutili e rischiose, stanca di provare a cercare un compromesso passione-certezze lavorative che non implichi il buttarmi sulle tanto famigerate facoltà STEM (DISCLAIMER: non intendo in nessun modo offendere o pavoneggiarmi contro chi frequenta queste facoltà, anzi avete tutta la mia sincera stima e ammirazione, però spero possiate capire la frustrazione di chi, non avendo alcuna passione rilevante per queste discipline, si sente con le spalle al muro in virtù di un inspiegabile senso di colpa per le proprie passioni perché non soddisfacenti i criteri imposti dal mercato del lavoro). Non ho autostima, non ho fiducia in me, ho vissuto il mio primo anno di università in uno stato mentale ed emotivo messo a dura prova anche da queste destabilizzanti incertezze che non sembrano trovare soluzione, cosa che ha influito anche sul mio rendimento (il mio voto più basso è quello nella materia che un anno fa mi appassionava di più, sebbene siano stati complici una docente tanto pigra quanto pignola e lunghe settimane di umore sotto i piedi per problemi in casa e in famiglia).
Se siete arrivati fin qui, innanzi tutto vi ringrazio per la pazienza e mi scuso per il tono essenzialmente deprimente e tedioso di questo post. Mi trovo di fronte a un bivio: proseguo con Scienze e Tecniche Psicologiche, per la quale ho ancora interesse, scegliendo o l'insegnamento o un ambito più allettante come Risorse Umane e quindi Psicologia del Lavoro, sebbene al momento non so se potrà piacermi davvero? Cambio facoltà, scegliendo qualcosa che mi interessa profondamente pur non conoscendola appieno come Scienze Politiche, a netto dei plurimi rischi sopracitati? Cambio del tutto strada, puntando esclusivamente a ambiti che mi diano relativa certezza e solidità, quindi lauree che vertano all'insegnamento? O mi butto dal quarto piano di casa (l'edificio in cui vivo ha 3 piani, il quarto è quello dell'odio verso me stessa. No ok, scherzo, però insomma lo stato generale in cui verso è quello che è e un po' di autoironia mi aiuta a digerire meglio la pillola).
Come avrete potuto intuire è tutto un gran pasticcio. Sono sulla soglia dei 20 anni eppure mi sembra di essere già al capolinea prima ancora di cominciare. Il punto è che io per prima non so come vedermi tra 10 anni in termini di carriera lavorativa: vorrei sicuramente essere economicamente indipendente ma anche soddisfatta, eppure non faccio altro che pensare alla vita di stenti che condurrei una volta terminati gli studi, ammesso che ci riesca, in un modo o nell'altro. Banalmente, ma nemmeno così tanto, io vorrei lasciare un contributo utile per questa nostra società in fiamme, e non intendo indelebile perché famoso o d'impatto, ma in quanto prezioso, anche nel suo piccolo, per un lento ma deciso miglioramento, o forse sarebbe più corretto dire "risorgimento" dalle ceneri che si stando accumulando ai suoi piedi. Vorrei contribuire al cambiamento del nostro Paese, delle sue istituzioni e politiche, micro e macro realtà. Ma ho paura, tanta, paura di aggiungermi al troppo vasto insieme di giovani e futuri coetanei non abbastanza apprezzati, riconosciuti e valorizzati e che si ritrovano a brancolare nel buio, senza presente, men che meno un futuro. E penso ai soldi spesi in test, affitti, cibo e altri beni a netto di una futura scelta che potrebbe aver reso il tutto completamente inutile e sprecato. Eppure, un'altra parte di me mi ricorda che in fondo a studiare e a cercare un lavoro, sia esso psicologo penitenziario, perito/psicologo giuridico, dipendente del Ministero dell'Interno o degli Esteri, o anche dell'UE, giornalista d'inchiesta freelance, sono e sarò sempre io, di fatto contano la mia soddisfazione, la mia felicità. Credo.
Chiedo scusa per la lunghezza di questo post e spero di non avervi annoiato, ringrazio chiunque abbia anche solo letto e chi sceglierà magnanimamente di rispondermi, ogni consiglio e critica sono ben accetti, anche se spero in un po' di clemenza :')


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