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Dubbi sulla scelta del corso di laurea: Chimica o Scienze politiche

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  • Dubbi sulla scelta del corso di laurea: Chimica o Scienze politiche

    Buon pomeriggio, sono una ragazza che l'anno prossimo (scolastico, quindi a settembre) inizierá il quinto anno di liceo linguistico. Premetto che vengo da una famiglia di persone che ci tiene allo studio ma che non mi blocca da eventuali scelte per quanto riguarda le facoltà. Scrivo perché attualmente sono indecisa tra due facoltà molto diverse per il mio futuro, una di chimica e l'altra di scienze politiche e relazioni internazioni (con impronta asiatica in particolare dando degli esami di lingua giapponese). Sono molto indecisa sulla mia scelta anche se abbastanza lontana per ora, vorrei schiarirmi le idee. La chimica mi piace e mi affascina; ma so che sarebbe un percorso molto più sudato e che probabilmente non renderei come in altre facoltà, però penso che sia la cosa che mi interessa di più da studiare. Ho paura però di ritrovarmi a fare un lavoro in un ambiente troppo "chiuso" o di non trovarlo proprio e ho paura di aver idealizzato questa facoltà e questa materia nel corso degli anni (poiché ci penso da molto tempo). Per quanto riguarda scienze politiche, sembra la scelta più sensata per me come persona, sono molto aperta e mi interessa l'attualità e la politica (sicuramente di più di quanto interessi ai miei coetanei mediamente), inoltre ho un c1/c2 in inglese certificato e studio spagnolo e giapponese. Mi piacerebbe come laurea solo per intraprendere una carriera diplomatica, che so che è difficile da raggiungere. Nonostante questo però, so che brillerei molto di più in scienze politiche che in chimica poiché mi sembra più a "portata di mano" e in sintonia con quello che ho studiato fino ad ora.
    Insomma, tutto ha i suoi pro e i suoi contro, e realisticamente non so cosa sia meglio. Premetto infine, che sono una ragazza che nello studio è abbastanza capace (ho una media del 9.08) e so che con impegno riuscirei a fare qualunque facoltà, il problema è deciderla :(

    Ps. ho paura che scienze politiche sia considerata una laurea troppo "semplice" e finire a non fare nulla

  • #2
    Uso reiterato del termine "facoltà" a sproposito.
    BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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    • #3
      Ciao Marianna.

      Se cambi la parola "Facoltà" con "Corso di Laurea" il discorso diventa leggibile

      Ciò premesso, provenendo da un linguistico, credo che potrebbe aver senso scegliere un corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali.

      Sei proprio sicura di non aver alcun problema ad affrontare questo piano di studi?
      https://corsidilaurea.uniroma1.it/it...587/study-plan

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      • #4
        Originariamente inviato da marianna Visualizza il messaggio
        Buon pomeriggio, sono una ragazza che l'anno prossimo (scolastico, quindi a settembre) inizierá il quinto anno di liceo linguistico. Premetto che vengo da una famiglia di persone che ci tiene allo studio ma che non mi blocca da eventuali scelte per quanto riguarda le facoltà. Scrivo perché attualmente sono indecisa tra due facoltà molto diverse per il mio futuro, una di chimica e l'altra di scienze politiche e relazioni internazioni (con impronta asiatica in particolare dando degli esami di lingua giapponese). Sono molto indecisa sulla mia scelta anche se abbastanza lontana per ora, vorrei schiarirmi le idee. La chimica mi piace e mi affascina; ma so che sarebbe un percorso molto più sudato e che probabilmente non renderei come in altre facoltà, però penso che sia la cosa che mi interessa di più da studiare. Ho paura però di ritrovarmi a fare un lavoro in un ambiente troppo "chiuso" o di non trovarlo proprio e ho paura di aver idealizzato questa facoltà e questa materia nel corso degli anni (poiché ci penso da molto tempo). Per quanto riguarda scienze politiche, sembra la scelta più sensata per me come persona, sono molto aperta e mi interessa l'attualità e la politica (sicuramente di più di quanto interessi ai miei coetanei mediamente), inoltre ho un c1/c2 in inglese certificato e studio spagnolo e giapponese. Mi piacerebbe come laurea solo per intraprendere una carriera diplomatica, che so che è difficile da raggiungere. Nonostante questo però, so che brillerei molto di più in scienze politiche che in chimica poiché mi sembra più a "portata di mano" e in sintonia con quello che ho studiato fino ad ora.
        Insomma, tutto ha i suoi pro e i suoi contro, e realisticamente non so cosa sia meglio. Premetto infine, che sono una ragazza che nello studio è abbastanza capace (ho una media del 9.08) e so che con impegno riuscirei a fare qualunque facoltà, il problema è deciderla :(

        Ps. ho paura che scienze politiche sia considerata una laurea troppo "semplice" e finire a non fare nulla

        1. Le facoltà non sono quello che pensi tu (e che probabilmente pensa la maggior parte della gente che ti circonda, compresi i tuoi insegnanti). Prima della legge 240/2010, le facoltà erano le cellule fondamentali in cui ciascuna università, fatti salvi singoli ordinamenti speciali, era suddivisa. I corsi di laurea, di laurea magistrale e di specializzazione erano offerti dalle facoltà, mentre i corsi di master e di dottorato potevano afferire alle facoltà o anche direttamente ai dipartimenti, se presenti, a seconda dell'ordinamento interno di ciascuna università.
        Sino a prima della riforma universitaria di cui al decreto MIUR 270/2004 c'erano lauree, lauree specialistiche, diplomi di specializzazione, master e dottorati di ricerca; sino a prima del decreto MURST 509/1999, che attuava l'articolo 17, comma 95, della legge 127/1997, c'erano lauree, diplomi universitari e dottorati di ricerca; andando ancora indietro nel tempo troviamo lauree e diplomi di scuole dirette a fini speciali (DPR 162/1982) e andando ancora indietro (RR.DD. 1592/1933 e 1269/1938) lauree e diplomi. Il dottorato di ricerca venne introdotto nell'anno accademico 1981-1982 in applicazione della legge 28/1980 e del relativo regolamento di attuazione, approvato con DPR 382/1980.
        Sino all'emanazione della legge 341/1990, c'era una rigida corrispondenza tra facoltà e corso di studio in quanto i corsi di studio erano istituiti dal Ministero, che prevedeva anche la facoltà o le facoltà in cui potessero essere attivati. Nella seconda metà del '900 ci fu una moltiplicazione di facoltà perché spesso ogni qualvolta si inventava un nuovo corso di studi veniva istituita anche la facoltà omonima, prevedendo un periodo transitorio in cui il corso era solo temporaneamente ospitato da una facoltà già esistente e un comitato tecnico ordinatore appositamente nominato provvedeva a realizzare la nuova facoltà. Comunque l'istituzione della nuova facoltà prima dell'automomia di cui alla legge 168/1989 doveva essere autorizzata nei piani di sviluppo del sistema universitario, di solito triennali, disposti per legge. Faccio qui di séguito degli esempi:
        • corso di laurea in Psicologia ==> facoltà di Lettere e filosofia oppure facoltà di Magistero (poi Scienze della formazione).
        • corso di laurea in Scienze politiche ==> facoltà di Giurisprudenza.
        • corso di laurea in Giurisprudenza ==> facoltà di Giurisprudenza. Solo l'Università del Sannio e la Bocconi erano autorizzate ad attivarlo presso la facoltà di Economia.
        • corso di laurea in Chimica ==> facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali oppure facoltà di Scienze e tecnologie.
        • corso di laurea in Sociologia ==> facoltà di Lettere e filosofia oppure facoltà di Magistero.
        • corso di laurea in Scienze della comunicazione ==> facoltà di Sociologia oppure facoltà di Magistero oppure facoltà di Lettere e filosofia oppure facoltà di Scienze politiche, anche col concorso di più facoltà tra queste.
        • corso di laurea in Biotecnologie ==> facoltà di Agraria, facoltà di Medicina veterinaria, facoltà di Medicina e chirurgia, facoltà di Farmacia a seconda dell'indirizzo.
        • corso di laurea in Lingue e letterature straniere ==> facoltà di Lettere e filosofia, facoltà di Magistero.
        La cosa curiosa è che a seconda della facoltà di afferenza cambiava anche il titolo di accesso: lasciando perdere la situazione precedente alle riforme Sullo-Codignola (leggi 119 e 910 del 1969), perché altrimenti dovrei andare indietro sino a Gentile se non Casati, dopo il 1969 se io avevo un diploma di maturità magistrale, che si conseguiva in 4 anni, senza anno integrativo, potevo iscrivermi a qualsiasi corso di studio della facoltà di Magistero, ma non allo stesso corso di studi eventualmente attivato presso altre facoltà. Alcuni atenei per evitare il problema ai loro studenti mantenevano attivi in parallelo i due corsi omonimi, e omologhi, in due facoltà diverse (ad esempio era così per il corso di diploma universitario in Giornalismo dell'Università di Genova, che stava sia a Magistero sia a Scienze politiche, con identici piani di studio); la facoltà di Scienze della formazione (ex Magistero) dell'Università di Firenze anni fa invece pose un termine perentorio ai fuori corso per conseguire la laurea in Materie letterarie, decorso il quale sarebbero stati trasferiti d'ufficio alla facoltà di Lettere e filosofia qualora aventi titolo idoneo: diversamente, a pena di decadenza, dovevano optare per altro corso di studi della facoltà di Scienze della formazione (mi pare che in deroga li facessero passare anche ai corsi soppressi in qualità di fuori corso), oppure per qualsiasi corso di studi post reformam, al quale erano ammessi anche i titolari di diplomi conseguiti all'esito di corsi quadriennali senza anno integrativo.

        Con la riforma di cui alla legge 341/1990 le università cominciarono a progettare autonomamente i propri corsi di studio: anche se il grosso dell'offerta formativa era ancora quello delle tabelle allegate al TUIS (RD 1269/1938), cominciavano a spuntare alcuni corsi a ordinamento proprio, collocati nelle facoltà esistenti, nonché alcune variazioni rilevanti di sede agli ordinamenti nazionali.

        Con la riforma impropriamente nota come 3+2 (il succitato decreto MURST 509/1999), le università divennero autonome nella progettazione, istituzione e attivazione dei corsi di studio. Per quanto riguarda lauree e lauree specialistiche, poi magistrali, un sistema di classificazione ministeriale ne garantisce il valore legale. Esiste poi un sistema di autorizzazione e accreditamento (attualmente AVA, istituito con il decreto MIUR 47/2013, modificato dal decreto MIUR 1059/2013), ma, in generale, il livello di autonomia è tale e tanto, a cominciare dalle denominazioni dei corsi (e dunque dei titoli) rilasciati, che si è creato un totale scollegamento tra i corsi di studio e le facoltà di afferenza. Pensiamo ad esempio ai corsi di laurea della classe 14 (corrispondente all'attuale L-20): anche quelli aventi la stessa denominazione della classe, Scienze della comunicazione, si trovavano presso facoltà di Scienze della comunicazione, Scienze della comunicazione e dello spettacolo, Scienze della comunicazione e dell'economia, Scienze politiche, Sociologia, Lettere e filosofia, Scienze matematiche, fisiche e naturali (ebbene sì), Lingue e letterature straniere, Ingegneria (sic!), Economia. Si trovavano altresì più corsi di studio della stessa classe, anche egualmente denominati, presso diverse facoltà di ciascun ateneo. Gli atenei peraltro potevano creare, ribattezzare e sopprimere facoltà a proprio piacimento.

        Con la legge 240/2010 venne riformata la governance delle università statali e in particolare divenne obbligatoria l'istituzione dei dipartimenti, già previsti in via sperimentale dall'art. 10 della legge 28/1980. Il dipartimento, che era stato concepito come struttura di ricerca, però, diviene nuova cellula fondamentale di ciascun ateneo, che coordina anche le attività didattiche. A determinate condizioni, dipendenti anche dalle caratteristiche dimensionali della sede, l'università può istituire delle strutture di coordinamento e raccordo interdipartimentale, che in alcuni atenei sono state chiamate facoltà, anche se più spesso vengono chiamate scuole. Laddove chiamate facoltà, non hanno neinte a che fare con le facoltà di prima, mantenute solo in alcune università non statali.

        Una curiosità: una facoltà di Chimica in Italia non è mai esistita. Tutti i corsi di laurea in Chimica e Scienze e tecnologie chimiche esistenti in Italia finché sono esistite le facoltà erano offerti da facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali o da facoltà di Scienze e tecnologie.

        2. Dirò adesso una cosa brutta e antipatica.
        Non è detto che avere una determinata media a scuola implichi che si andrà bene all'università e viceversa.
        Sulla valutazione scolastica incidono diverse variabili e tra queste c'è sicuramente l'assoluta mancanza di obiettività dei docenti, condizionati dal fatto che di ciascun alunno che sono chiamati a valutare conoscono, o meglio credono di conoscere, vita, morte e miracoli. Ci sono diversi studi docimologici ante litteram che provano che il pregiudizio nel processo valutativo pesa come un macigno e, soprattutto, pesa più di ogni altro elemento, tant'è che in alcuni ordinamenti scolasitici l'insegnante d'aula non è lo stesso che emette i giudizi.
        Aggiungo che per come è organizzata la scuola in Italia il rapporto con i docenti può risultare determinante anche ai fini del rendimento.
        All'università la situazione è completamente diversa. A meno che non frequenti tutte le lezioni in un ateneo talmente piccolo che i docenti imparano i nomi degli studenti, quando ti presenti all'esame il docente non ti conosce, non sa chi sei, con gli odierni sistemi di verbalizzazione elettronica nemmeno vede il tuo libretto, sicuramente non conosce i tuoi genitori e non ha la più pallida idea di quale sia la tua storia personale, oltre a non avere cognizioni nemmeno a proposito dei tuoi trascorsi accademici (spesso nemmeno sa a che titolo sei lì per sostenere l'esame: a me ad esempio è capitato che il docente esaminatore mi chiedesse di che corso di studi fossi).
        Una precisazione: non sto dicendo che tu non sei brava. Sto dicendo che il tuo profitto scolastico è una variabile indipendente rispetto a quello che sarà il profitto universitario.
        All'università ho visto gente uscita con 100/100 da un liceo, magari il classico, che in anni non è riuscita a sotenere esami. E poi ho visto gente uscita con 60/100 che all'università ha macinato 30 e lode. Così come a scuola ho visto la stessa versione di latino presentata da tre alunni diversi e valutata con tre voti diversi.
        Attenzione: incidono indubbiamente anche variabili individuali, ma non è di quelle che sto parlando. Troppo spesso la valutazione nella scuola non è oggettiva. Ci sono anche degli studi, come quello di Ilaria Lievore e Moris Triventi pubblicato sul British journal of sociology of education, che dimostrano che a parità di performance oggettivamente valutata gli insegnanti di entrambi i sessi tendono a dare voti sensibilmente più elevati alle femmine; questo peraltro non vale solo a scuola ma anche all'università e, ciononostante, alcuni atenei inglesi hanno sostanzialmente equiparato la femminilità a un disturbo specifico dell'apprendimento e quindi hanno concesso tempi più lunghi alle prove scritte di diverse materie al fine di ridurre il presunto e fantomatico gap in favore dei loro colleghi di sesso maschile.
        Poi ci sono anche le questioni di metodo, di interesse, di vocazione per determinate materie e non altre e così via.

        3. I corsi di laurea in Scienze politiche se affrontati seriamente, salvo che in alcune sedi, non sono per niente semplici. A Scienze politiche si studiano diritto, economia, scienza politica, sociologia, metodologia della ricerca sociale, statistica, storia e lingue; per far questo bisogna inevitabilmente approcciarsi a metodi scientifici differenti che impongono imprescindibilmente l'acquisizione di metodologie differenti. La mente è in costante allenamento e si abitua all'interdisciplinarità; inoltre l'elasticità a cui ciò abitua è una soft skill particolarmente apprezzata sul mercato del lavoro, oltre che indispensabile per superare il concorso diplomatico.

        4. Per accedere al concorso diplomatico è necessaria una laurea magistrale afferente a una certa classe in un elenco piuttosto lungo che va da LM-52 (Relazioni internazionali) e LM-90 (Studi europei) sino a LM-83 (Scienze statistiche attuariali e finanziarie), passando per LM-56 (Scienze dell'economia) e perfino LM-87 (Servizio sociale e politiche sociali).
        Se uno nella vita vuole fare il diplomatico ed è disposto a impegnarsi con tutte le sue forze per raggiungere quest'obiettivo, allora la scelta L-36+LM-52 può avere senso. Tuttavia deve essere pronto a investire dopo la laurea e la laurea magistrale almeno un anno di studio intenso a tempo pieno, nella consapevolezza che è possibile tentare il concorso diplomatico un massimo di 3 volte nella vita, come quello in magistratura, entro i 35 anni di età (innalzabili a 38 in casi particolari nei quali se non lavori non rientri). Se non hai pressioni da parte della famiglia a renderti economicamente indipendente, se non hai una famiglia tua, se sei disposto a sacrificare la tua vita privata con totale spirito di abnegazione e se sei pronto a dover ingoiare una cultura enciclopedica, allora si può fare, tenendo anche presente che gran parte della propria carriera si svolgerà in luoghi assai remoti dalle proprie radici.
        Se invece la carriera diplomatica è una mera velleità oppure ci si vuole preparare un piano B, allora la combinazione L-36+LM-52 è letale per cercare lavoro in Italia e non solo, non solo in àmbito privato ma perfino in àmbito pubblico. Io opterei per combinazioni più concrete e, in particolare, lascerei perdere nel secondo ciclo l'inflazionatissima classe LM-52. A mio avviso la scelta più indovinata è quella di iniziare adesso con la L-36 e poi, una volta conseguita, proseguire gli studi nel ramo in cui è emersa la maggiore vocazione, non dopo aver tentato un'esperienza lavorativa.
        Ultima modifica di dottore; 18-06-2025, 06:52.
        BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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        • #5
          Originariamente inviato da F3d3r1c0 Visualizza il messaggio
          Ciao Marianna.

          Se cambi la parola "Facoltà" con "Corso di Laurea" il discorso diventa leggibile

          Ciò premesso, provenendo da un linguistico, credo che potrebbe aver senso scegliere un corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali.

          Sei proprio sicura di non aver alcun problema ad affrontare questo piano di studi?
          https://corsidilaurea.uniroma1.it/it...587/study-plan
          Ciao, onestamente non avevo idea della differenza dei termini perché evidentemente attorno a me vengono usati a sproposito quindi buono a sapersi, comunque vorrei precisare che non ho la sfacciataggine di dire che non avrei alcuna difficoltà per scienze politiche, dato che comunque sarei introdotta ad alcune materie che non ho mai studiato (es. economia) , ma penso comunque che paradossalmente mi risulterebbe più facile che chimica perché venendo da un linguistico sono indietro rispetto alla maggior parte delle materie scientifiche rispetto a chi proviene da uno scientifico. Mi sono letta gli esami di entrambi i corsi di laurea offerti da università vicini a me quindi ho cercato di farmi un idea vaga del percorso (anche se impossibile)

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          • #6
            Originariamente inviato da dottore Visualizza il messaggio


            1. Le facoltà non sono quello che pensi tu (e che probabilmente pensa la maggior parte della gente che ti circonda, compresi i tuoi insegnanti). Prima della legge 240/2010, le facoltà erano le cellule fondamentali in cui ciascuna università, fatti salvi singoli ordinamenti speciali, era suddivisa. I corsi di laurea, di laurea magistrale e di specializzazione erano offerti dalle facoltà, mentre i corsi di master e di dottorato potevano afferire alle facoltà o anche direttamente ai dipartimenti, se presenti, a seconda dell'ordinamento interno di ciascuna università.
            Sino a prima della riforma universitaria di cui al decreto MIUR 270/2004 c'erano lauree, lauree specialistiche, diplomi di specializzazione, master e dottorati di ricerca; sino a prima del decreto MURST 509/1999, che attuava l'articolo 17, comma 95, della legge 127/1997, c'erano lauree, diplomi universitari e dottorati di ricerca; andando ancora indietro nel tempo troviamo lauree e diplomi di scuole dirette a fini speciali (DPR 162/1982) e andando ancora indietro (RR.DD. 1592/1933 e 1269/1938) lauree e diplomi. Il dottorato di ricerca venne introdotto nell'anno accademico 1981-1982 in applicazione della legge 28/1980 e del relativo regolamento di attuazione, approvato con DPR 382/1980.
            Sino all'emanazione della legge 341/1990, c'era una rigida corrispondenza tra facoltà e corso di studio in quanto i corsi di studio erano istituiti dal Ministero, che prevedeva anche la facoltà o le facoltà in cui potessero essere attivati. Nella seconda metà del '900 ci fu una moltiplicazione di facoltà perché spesso ogni qualvolta si inventava un nuovo corso di studi veniva istituita anche la facoltà omonima, prevedendo un periodo transitorio in cui il corso era solo temporaneamente ospitato da una facoltà già esistente e un comitato tecnico ordinatore appositamente nominato provvedeva a realizzare la nuova facoltà. Comunque l'istituzione della nuova facoltà prima dell'automomia di cui alla legge 168/1989 doveva essere autorizzata nei piani di sviluppo del sistema universitario, di solito triennali, disposti per legge. Faccio qui di séguito degli esempi:
            • corso di laurea in Psicologia ==> facoltà di Lettere e filosofia oppure facoltà di Magistero (poi Scienze della formazione).
            • corso di laurea in Scienze politiche ==> facoltà di Giurisprudenza.
            • corso di laurea in Giurisprudenza ==> facoltà di Giurisprudenza. Solo l'Università del Sannio e la Bocconi erano autorizzate ad attivarlo presso la facoltà di Economia.
            • corso di laurea in Chimica ==> facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali oppure facoltà di Scienze e tecnologie.
            • corso di laurea in Sociologia ==> facoltà di Lettere e filosofia oppure facoltà di Magistero.
            • corso di laurea in Scienze della comunicazione ==> facoltà di Sociologia oppure facoltà di Magistero oppure facoltà di Lettere e filosofia oppure facoltà di Scienze politiche, anche col concorso di più facoltà tra queste.
            • corso di laurea in Biotecnologie ==> facoltà di Agraria, facoltà di Medicina veterinaria, facoltà di Medicina e chirurgia, facoltà di Farmacia a seconda dell'indirizzo.
            • corso di laurea in Lingue e letterature straniere ==> facoltà di Lettere e filosofia, facoltà di Magistero.
            La cosa curiosa è che a seconda della facoltà di afferenza cambiava anche il titolo di accesso: lasciando perdere la situazione precedente alle riforme Sullo-Codignola (leggi 119 e 910 del 1969), perché altrimenti dovrei andare indietro sino a Gentile se non Casati, dopo il 1969 se io avevo un diploma di maturità magistrale, che si conseguiva in 4 anni, senza anno integrativo, potevo iscrivermi a qualsiasi corso di studio della facoltà di Magistero, ma non allo stesso corso di studi eventualmente attivato presso altre facoltà. Alcuni atenei per evitare il problema ai loro studenti mantenevano attivi in parallelo i due corsi omonimi, e omologhi, in due facoltà diverse (ad esempio era così per il corso di diploma universitario in Giornalismo dell'Università di Genova, che stava sia a Magistero sia a Scienze politiche, con identici piani di studio); la facoltà di Scienze della formazione (ex Magistero) dell'Università di Firenze anni fa invece pose un termine perentorio ai fuori corso per conseguire la laurea in Materie letterarie, decorso il quale sarebbero stati trasferiti d'ufficio alla facoltà di Lettere e filosofia qualora aventi titolo idoneo: diversamente, a pena di decadenza, dovevano optare per altro corso di studi della facoltà di Scienze della formazione (mi pare che in deroga li facessero passare anche ai corsi soppressi in qualità di fuori corso), oppure per qualsiasi corso di studi post reformam, al quale erano ammessi anche i titolari di diplomi conseguiti all'esito di corsi quadriennali senza anno integrativo.

            Con la riforma di cui alla legge 341/1990 le università cominciarono a progettare autonomamente i propri corsi di studio: anche se il grosso dell'offerta formativa era ancora quello delle tabelle allegate al TUIS (RD 1269/1938), cominciavano a spuntare alcuni corsi a ordinamento proprio, collocati nelle facoltà esistenti, nonché alcune variazioni rilevanti di sede agli ordinamenti nazionali.

            Con la riforma impropriamente nota come 3+2 (il succitato decreto MURST 509/1999), le università divennero autonome nella progettazione, istituzione e attivazione dei corsi di studio. Per quanto riguarda lauree e lauree specialistiche, poi magistrali, un sistema di classificazione ministeriale ne garantisce il valore legale. Esiste poi un sistema di autorizzazione e accreditamento (attualmente AVA, istituito con il decreto MIUR 47/2013, modificato dal decreto MIUR 1059/2013), ma, in generale, il livello di autonomia è tale e tanto, a cominciare dalle denominazioni dei corsi (e dunque dei titoli) rilasciati, che si è creato un totale scollegamento tra i corsi di studio e le facoltà di afferenza. Pensiamo ad esempio ai corsi di laurea della classe 14 (corrispondente all'attuale L-20): anche quelli aventi la stessa denominazione della classe, Scienze della comunicazione, si trovavano presso facoltà di Scienze della comunicazione, Scienze della comunicazione e dello spettacolo, Scienze della comunicazione e dell'economia, Scienze politiche, Sociologia, Lettere e filosofia, Scienze matematiche, fisiche e naturali (ebbene sì), Lingue e letterature straniere, Ingegneria (sic!), Economia. Si trovavano altresì più corsi di studio della stessa classe, anche egualmente denominati, presso diverse facoltà di ciascun ateneo. Gli atenei peraltro potevano creare, ribattezzare e sopprimere facoltà a proprio piacimento.

            Con la legge 240/2010 venne riformata la governance delle università statali e in particolare divenne obbligatoria l'istituizone dei dipartimenti, già previsti in via sperimentale dall'art. 10 della legge 28/1980. Il dipartimento, che era stato concepito come struttura di ricerca, però, diviene nuova cellula fondamentale di ciascun ateneo, che coordina anche le attività didattiche. A determinate condizioni, dipendenti anche dalle caratteristiche dimensionali della sede, l'università può istituire delle strutture di coordinamento e raccordo interdipartimentale, che in alcuni atenei sono state chiamate facoltà, anche se più spesso vengono chiamate scuole. Laddove chiamate facoltà, non hanno neinte a che fare con le facoltà di prima, mantenute solo in alcune università non statali.

            Una curiosità: una facoltà di Chimica in Italia non è mai esistita. Tutti i corsi di laurea in Chimica e Scienze e tecnologie chimiche esistenti in Italia finché sono esistite le facoltà erano offerti da facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali o da facoltà di Scienze e tecnologie.


            2. Dirò adesso una cosa brutta e antipatica.
            Non è detto che avere una determinata media a scuola implichi che si andrà bene all'università e viceversa.
            Sulla valutazione scolastica incidono diverse variabili e tra queste c'è sicuramente l'assoluta mancanza di obiettività dei docenti, condizionati dal fatto che di ciascun alunno che sono chiamati a valutare conoscono, o meglio credono di conoscere, vita, morte e miracoli. Ci sono diversi studi docimologici ante litteram che provano che il pregiudizio nel processo valutativo pesa come un macigno e, soprattutto, pesa più di ogni altro elemento, tant'è che in alcuni ordinamenti scolasitici l'insegnante d'aula non è lo stesso che emette i giudizi.
            Aggiungo che per come è organizzata la scuola in Italia il rapporto con i docenti può risultare determinante anche ai fini del rendimento.
            All'università la situazione è completamente diversa. A meno che non frequenti tutte le lezioni in un ateneo talmente piccolo che i docenti imparano i nomi degli studenti, quando ti presenti all'esame il docente non ti conosce, non sa chi sei, con gli odierni sistemi di verbalizzazione elettronica nemmeno vede il tuo libretto, sicuramente non conosce i tuoi genitori e non ha la più pallida idea di quale sia la tua storia personale, oltre a non avere cognizioni nemmeno a proposito dei tuoi trascorsi accademici (spesso nemmeno sa a che titolo sei lì per sostenere l'esame: a me ad esempio è capitato che il docente esaminatore mi chiedesse di che corso di studi fossi).
            Una precisazione: non sto dicendo che tu non sei brava. Sto dicendo che il tuo profitto scolastico è una variabile indipendente rispetto a quello che sarà il profitto universitario.
            All'università ho visto gente uscita con 100/100 da un liceo, magari il classico, che in anni non è riuscita a sotenere esami. E poi ho visto gente uscita con 60/100 che all'università ha macinato 30 e lode. Così come a scuola ho visto la stessa versione di latino presentata da tre alunni diversi e valutata con tre voti diversi.
            Attenzione: incidono indubbiamente anche variabili individuali, ma non è di quelle che sto parlando. Troppo spesso la valutazione nella scuola non è oggettiva. Ci sono anche degli studi, come quello di Ilaria Lievore e Moris Triventi pubblicato sul British journal of sociology of education, che dimostrano che a parità di performance oggettivamente valutata gli insegnanti di entrambi i sessi tendono a dare voti sensibilmente più elevati alle femmine; questo peraltro non vale solo a scuola ma anche all'università e, ciononostante, alcuni atenei inglesi hanno sostanzialmente equiparato la femminilità a un disturbo specifico dell'apprendimento e quindi hanno concesso tempi più lunghi alle prove scritte di diverse materie al fine di ridurre il presunto e fantomatico gap in favore dei loro colleghi di sesso maschile.
            Poi ci sono anche le questioni di metodo, di interesse, di vocazione per determinate materie e non altre e così via.


            3. I corsi di laurea in Scienze politiche se affrontati seriamente, salvo che in alcune sedi, non sono per niente semplici. A Scienze politiche si studiano diritto, economia, scienza politica, sociologia, metodologia della ricerca sociale, statistica, storia e lingue; per far questo bisogna inevitabilmente approcciarsi a metodi scientifici differenti che impongono imprescindibilmente l'acquisizione di metodologie differenti. La mente è in costante allenamento e si abitua all'interdisciplinarità; inoltre l'elasticità a cui ciò abitua è una soft skill particolarmente apprezzata sul mercato del lavoro, oltre che indispensabile per superare il concorso diplomatico.


            4. Per accedere al concorso diplomatico è necessaria una laurea magistrale afferente a una certa classe in un elenco piuttosto lungo che va da LM-52 (Relazioni internazionali) e LM-90 (Studi europei) sino a LM-83 (Scienze statistiche attuariali e finanziarie), passando per LM-56 (Scienze dell'economia) e perfino LM-87 (Servizio sociale e politiche sociali).
            Se uno nella vita vuole fare il diplomatico ed è disposto a impegnarsi con tutte le sue forze per raggiungere quest'obiettivo, allora la scelta L-36+LM-52 può avere senso. Tuttavia deve essere pronto a investire dopo la laurea e la laurea magistrale almeno un anno di studio intenso a tempo pieno, nella consapevolezza che è possibile tentare il concorso diplomatico un massimo di 3 volte nella vita, come quello in magistratura, entro i 35 anni di età (innalzabili a 38 in casi particolari nei quali se non lavori non rientri). Se non hai pressioni da parte della famiglia a renderti economicamente indipendente, se non hai una famiglia tua, se sei disposto a sacrificare la tua vita privata con totale spirito di abnegazione e se sei pronto a dover ingoiare una cultura enciclopedica, allora si può fare, tenendo anche presente che gran parte della propria carriera si svolgerà in luoghi assai remoti dalle proprie radici.
            Se invece la carriera diplomatica è una mera velleità oppure ci si vuole preparare un piano B, allora la combinazione L-36+LM-52 è letale per cercare lavoro in Italia e non solo, non solo in àmbito privato ma perfino in àmbito pubblico. Io opterei per combinazioni più concrete e, in particolare, lascerei perdere nel secondo ciclo l'inflazionatissima classe LM-52. A mio avviso la scelta più indovinata è quella di iniziare adesso con la L-36 e poi, una volta conseguita, proseguire gli studi nel ramo in cui è emersa la maggiore vocazione, non dopo aver tentato un'esperienza lavorativa.
            Ciao, grazie mille della spiegazione, onestamente a scuola facciamo poco orientamento e attorno a me a quanto pare la parola "facoltà" viene usata erroneamente. Comunque per quanto riguarda la differenza liceo-università, non mi aspetto di andare bene all'uni solo perché vado bene al liceo, anzi, considerando che sono due cose completamente diverse il collegamento è nullo. Ho citato il mio rendimento scolastico probabilmente erroneamente solo perché penso che """dimostri""" che con volontà (che ho) potrei seguire entrambi i corsi di laurea nonostante difficili

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            • #7
              Ciao Marianna,

              fermo restando che hai usato il termine "facoltà" a sproposito (ma vedo che già sei stata redarguita), per Scienze politiche non è che bisogna essere interessati di "attualità" e di "politica". A Scienze politiche si studiano, per l'appunto, le scienze politiche, che sono diritto, economia, statistica, sociologia, storia e scienza politica (e sì, anche le lingue). Dottore ha menzionato anche metodologia della ricerca sociale, secondo me un esame davvero essenziale, purtroppo però non presente in tutte le sedi, come la mia – fosse per me lo renderei obbligatorio. Sicuramente Scienze politiche è un bellissimo corso di laurea multidisciplinare nell'ambito delle scienze sociali, il problema è che nel privato ha un valore che rasenta lo zero, anche perché un datore di lavoro che è a conoscenza del piano di studi di una L-36 sa benissimo che non hai conoscenza approfondita di nessun campo.

              Io ho 27 anni, una laurea in Scienze politiche (sì, purtroppo presa tardi per via di un cambio di percorso), uno scambio di un semestre in Ungheria durante la laurea, al momento sto terminando un master nei Paesi Bassi sempre in ambito politologico e parlo un ottimo inglese e francese: sto facendo domanda dappertutto, ci credi che non trovo un tubo? Intendo dire che non trovo nemmeno uno stage, perché nel 2025 la competizione è altissima anche solo per un posto. Prova a vedere su Linkedin, ormai si candidano in centinaia per degli stage davvero scrausi, sia in Italia che in Europa in generale.

              Se hai intenzione di fare i concorsi pubblici è un altro paio di maniche, e Scienze politiche va benissimo. Ma lascia stare aspirazioni come il concorso diplomatico, perché quello è una cosa che va bene per la nobiltà, siamo al livello di superare il concorso per la magistratura. Non dico che tu non possa mai riuscirci, io stesso conosco persone che hanno superato il concorso in magistratura. Però tocca pure essere un minimo realisti. Io su di me cerco di esserlo, nel senso che, per come sono fatto, non riuscirei mai a superare il concorso diplomatico.

              Se ti piace Chimica, ti consiglio di farla. Avresti sicuramente molte più strade rispetto a Scienze politiche, però deve piacere.

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              • #8
                Ciao,

                grazie mille per la risposta: è esattamente il tipo di esperienza diretta che ero curiosa di sentire.

                Se posso chiederti, hai notato se "settorizzandosi" o insomma specializzandosi in cose più specifiche si trova più richiesta? Spero di spiegarmi, ma comunque chiedo perché ad esempio io sarei interessata ad un percorso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali improntato particolarmente sull'Oriente con esami a scelta di lingua, storia etc., e pensavo potesse essere in qualche modo "meglio" come richieste lavorative poiché è più di nicchia (correggimi se sbaglio).
                Ultima modifica di dottore; 22-06-2025, 14:15.

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                • #9
                  Cara marianna, l'unica università d'Italia in cui è possibile seguire un corso di laurea della classe L-36 (Scienze politiche e delle relazioni internazionali) scegliendo, oltre all'inglese (obbligatorio ovunque), una lingua asiatica o africana (ex pl. cinese mandarino, cinese cantonese, giapponese, coreano, vietnamita, indonesiano, filippino, arabo, turco, georgiano, farsi, hindi, sanscrito, somalo, swahili, urdu), è l'Orientale di Napoli. Oltretutto rispetto a vent'anni fa l'offerta formativa dell'Orientale si è notevolmente ridotta e comunque il corso di laurea è unico e, a differenza che in passato, non offre la possibilità di approfondire più di tanto quel lato lì: per specializzarti sul mondo asiatico e/o quello africano devi scegliere il curriculum "Scenari areali" (qui a pagina 13) ma comunque rispetto a quello che era possibile fare quando io ho termintato il liceo la caratterizzazione è minima; in compenso gli esami di lingue sono ben 4, uno di inglese e ben 3 di seconda lingua. Al riguardo preciso che sei obbligato a scegliere tre annualità della stessa lingua (gli insegnamenti annuali da 9 crediti sono di livello progressivamente crescente), ma puoi inserire una terza e perfino una quarta lingua nelle materie a scelta libera (2 da 6 crediti). In alternativa potresti investire i crediti a scelta libera per aggiungere esami di letteratura e così avere i crediti necessari per accesere ai corsi di laurea magistrale di classe LM-38 (Lingue per la comunicazione e la cooperazione internazionale), ai quali, comunque, in alcune sedi potresti accedere anche con esami differenti.

                  Per quanto concerne il lavoro, sicuramente studi come quelli di cui sopra per la PA non servirebbero a niente (a parte il valore legale della L-36 in sé per partecipare alla maggior parte dei concorsi per funzionario giuridico-amministrativo, amministrativo-contabile, economico-finanziario). Nel privato sarebbero sicuramente apprezzati se parliamo di un'impresa che ha esigenze specifiche, ad esempio hai studiato arabo e c'è uno che è un esportatore abituale in Arabia saudita ed Emirati arabi uniti. Tieni però presente che a furia di traduttori sempre più sofisticati e intelligenze artificiali questa esigenza si sta affievolendo tantissimo e dunque specializzarti in un segmento così di nicchia, che già prima era un'arma a doppio taglio, alla lunga diverrà sempre più rischioso.
                  D'altro canto, le lingue occidentali più comuni sono considerate soft skills e pertanto ci si aspetta che chiunque ne sappia parlare almeno due oltre la propria, ecco perché una laurea in Lingue con la classica combinazione inglese + spagnolo, tanto per fare un esempio, non è affatto apprezzata.
                  BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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                  • #10
                    Ciao,
                    Fra le due opzioni io sceglierei, senza dubbio, chimica.
                    Scienze politiche lo ritengo il corso di laurea più interessante in assoluto ma è poco apprezzato nel mondo del lavoro.
                    Un giorno ne capiremo il motivo.
                    ​​​​​
                    Chimica e' laurea STEM, e I laureati in chimica trovano facilmente impiego nell'industria chimica appunto, ma anche nel farmaceutico e nell'alimentare.

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                    • #11
                      Originariamente inviato da marianna Visualizza il messaggio
                      Ciao,

                      grazie mille per la risposta: è esattamente il tipo di esperienza diretta che ero curiosa di sentire.

                      Se posso chiederti, hai notato se "settorizzandosi" o insomma specializzandosi in cose più specifiche si trova più richiesta? Spero di spiegarmi, ma comunque chiedo perché ad esempio io sarei interessata ad un percorso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali improntato particolarmente sull'Oriente con esami a scelta di lingua, storia etc., e pensavo potesse essere in qualche modo "meglio" come richieste lavorative poiché è più di nicchia (correggimi se sbaglio).
                      Perdonami, ma che ci fai con una laurea in Scienze politiche improntata sull'Oriente? Non ci fai proprio un tubo, sempre di Scienze politiche parliamo. Tra l'altro non ti specializzeresti in nulla, Scienze politiche è una laurea in cui è insita la multidisciplinarietà. Non è come studiare Economia o Sociologia o Giurisprudenza, per dire.

                      Ad ogni modo, io sconsiglio sempre di fare cose "di nicchia" a livello di laurea (se uno vuole fare qualcosa di nicchia, conviene farlo a livello di master/laurea magistrale casomai). Tra l'altro gli esami di lingua dei corsi di laurea in Scienze politiche sono delle burlette, non nel senso che siano facili, ma spesso su tutto si concentrano meno che sull'apprendimento della lingua in sé (per capirci, almeno a Roma Tre erano a tutti gli effetti degli esami di letteratura straniera). Se io devo assumere qualcuno che sappia molto bene il giapponese, dico per dire, assumo qualcuno che sia uscito da una scuola per mediatori linguistici avendo studiato il giapponese, non una persona laureata in Scienze politiche che avrà fatto un esame di giapponese e da cui non avrà imparato niente. Dell'Orientale e della sua offerta in ambito linguistico nella L-36 io non ne so nulla, ma ti dico che personalmente non conosco nessuna università che offra Scienze politiche al di là dell'offerta inglese + francese/spagnolo/tedesco, e ti garantisco che NON sono esami in cui ti insegnano la lingua per fini comunicativi. Qualora tu facessi la scelta di iscriverti a Scienze politiche, ti consiglio assolutamente di scegliere una lingua che già conosci per passare l'esame facilmente.

                      Se proprio vuoi fare Scienze politiche, allora quello che io ti consiglio è questo:
                      • fai i concorsi pubblici subito dopo la laurea
                      • ti iscrivi dopo ad una magistrale economica, cosa non scontata perché i requisiti di ammissione sono spesso stringenti se provieni da una L-36.
                      • oppure devi essere ricca di famiglia, ottenere buoni voti e verso l'ultimo anno fare domanda per università prestigiose per la magistrale o il master: Bocconi, LSE, Central European University a Vienna, Graduate Institute of International and Development Studies a Ginevra, Hertie School a Berlino, Sciences Po a Parigi. Stai pur certa che NON ti garantiranno un lavoro una volta che ne sei uscita perché parliamo pur sempre di corsi politologici, però sei sicuramente agevolata.

                      Io ti direi di fare una STEM come Chimica, ma capisco che non tutti siano portati. Il fatto che tu sia qui a chiedere mi fa già capire che non ti ci iscriverai, onestamente.

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                      • #12
                        Ciao, grazie per la risposta. All'orientale esiste Scienze politiche relazioni internazionali asia-africa, dove oltre l'inglese puoi scegliere una 2 lingua con cui fare (mi sembra) 3 esami di lingua, in più se non erro ci sono annualmente degli esami a scelta improntati sulla storia, politica o letteratura di vari paesi asiatici. Comunque capisco che intende e proprio per questo attualmente sono molto più improntata su chimica (che mi interessa da più tempo, che cerco di guardare/studiarmi per conto mio, e che mi sembra abbia più opportunità a livello lavorativo). Ovviamente ho ancora del tempo per decidere e potrei completamente cambiare idea e fare tutt'altro della mia vita, ma attualmente sono parecchio scoraggiata dall'idea di fare scienze politiche

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                        • #13
                          Come ti dicevo, onestamente io non mi preoccuperei tanto dell'offerta linguistica per una L-36 Scienze politiche in quanto le lingue, per come vengono insegnate a Scienze politiche, sono fatte spesso all'acqua di rose. Almeno a Roma Tre, per esempio, sono veri e propri esami di letteratura straniera che presuppongono la conoscenza della lingua a livello minimo B1 (poi, secondo me, in realtà la conoscenza vera richiesta per riuscire ad affrontare gli esami in questione è un B2, altro che B1, quindi danno tutto per scontato), questo è quanto ho potuto vedere per lo meno per gli esami di lingua inglese e lingua francese. Se vuoi un consiglio spassionato, nel caso in cui tu scegliessi Scienze politiche, scegli delle lingue che già conosci col solo obiettivo di riuscire a passare l'esame. Se invece ti interessa di imparare una lingua, ormai ci sono piattaforme come Babbel, oppure insegnanti online su piattaforme come Preply. Non so poi come sia la faccenda per l'Orientale per quanto riguarda le lingue orientali a Scienze politiche.

                          Comunque, fai bene ad essere scoraggiata per Scienze politiche. Se non ti interessano i concorsi pubblici, ti si prospetta davanti un deserto per quanto riguarda il privato. Io sto anche facendo domanda per stage presso organizzazioni internazionali (ONU, NATO, UE...) e la competizione per questi posti è sfrenata (e stiamo parlando di stage), quindi rimanere a spasso è molto facile. Chimica è molto, molto meglio.

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                          • #14
                            Originariamente inviato da marianna Visualizza il messaggio
                            Ciao, grazie per la risposta. All'orientale esiste Scienze politiche relazioni internazionali asia-africa, dove oltre l'inglese puoi scegliere una 2 lingua con cui fare (mi sembra) 3 esami di lingua
                            Scusami: hai saltato il messaggio #9 di questa discussione a piè pari?

                            BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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                            • #15
                              Originariamente inviato da gnugno Visualizza il messaggio
                              Come ti dicevo, onestamente io non mi preoccuperei tanto dell'offerta linguistica per una L-36 Scienze politiche in quanto le lingue, per come vengono insegnate a Scienze politiche, sono fatte spesso all'acqua di rose.
                              Su questo dissento.
                              A Firenze a Scienze politiche gli esami di lingue straniere almeno quando ero iscritto io, perlomeno per i corsi di laurea in Scienze politiche, Studi internazionali, Media e giornalismo e RIGRU/RISRU (Relazioni industriali e gestione/sviluppo risorse umane), erano una cosa molto seria. In particolare:
                              • per Scienze politiche e Studi internazionali lingua inglese da 9 crediti livello C1, seconda lingua da 6 crediti livello B2 (ad eccezione del tedesco, per il quale ci si fermava non ricordo se all'A2 o al B1);
                              • per RIGRU/RISRU due esami di inglese, uno generale e uno specialistico, di cui ignoro il livello (ma credo sempre C1);
                              • per Media e giornalismo un esame di inglese da 9 crediti di livello C1, un esame da 9 crediti di seconda lingua di livello B2 (tranne tedesco ut supra), una prova di idoneità linguistica da 3 crediti in una lingua a scelta (la prassi è che fosse una lingua in cui si era già sostenuto l'esame) e un esame di letterature anglo-americane da 6 crediti.
                              Per Operazioni di pace c'era un esame di inglese da 6 crediti che credo fosse incardinato presso Scienze della formazione; per Servizio sociale c'era solo una idoneità di inglese da 3 crediti; per Scienze sociali / Sociologia c'era una idoneità di lingua inglese da 6 crediti; infine, per Scienze di governo e dell'amministrazione addirittura l'accertamento della conoscenza lingua inglese era effettuato in sede di prova finale (e integrato con la stessa).

                              Gli esami di inglese erano talmente tremendi che spesso venivano bocciati studenti madrelingua. Per poter accedere alla prova orale di inglese se non avevi una certificazione linguistica internazionalmente riconosciuta di pari livello dovevi sostenere, a monte dell'insegnamento, una prova scritta di accertamento della conoscenza preliminare dell'inglese al livello B2, quale prerequisito per la proficua frequenza del corso ovvero per lo studio individuale. Giusto per renderti l'idea, ti faccio presente che tale prova per gli studenti del corso di laurea in Lingue, offerto dalla facoltà di Lettere, costituiva l'esame, non un pre-esame.
                              La cosa bella è che la prova preliminare non esonerava dalla prova di idoneità linguistica da 3 crediti di Media e giornalismo. Quest'ultima era riconoscibile con una certificazione, ma a sua volta, specularmente, non automaticamente esonerava dal test B2; peraltro le certificazioni che consentivano il riconoscimento della prova di idoneità linguistica non erano le stesse che consentivano di accedere direttamente all'esame presumendo assolto il livello B2.
                              BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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