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scienze delle merendine?

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  • scienze delle merendine?

    Buongiorno a tutti nelanto,
    anni fa sentivo pultroppo sempre dileggiare il corso di scienze della comunicazzione chiamandolo scienza delle merendine, probabilmente a causa del fatto che è percepito come molto semplice oppure perchè sembra un pastrocchio di mille esami diversi che non c'entrano niente l'uno con l'altro.
    chiedo a voi se in questi anni è cambiato qualcosa? o generalmente chi si laura in questa facoltà poi o trova un lavoro da diplomato, oppure prosegue con un'altra magistrale inutile?
    infine sarei curioso di sapere delle info specifiche sul corspo comunicazione e società della statale di milano: ha qualcosa in piu degli altri di comunicazzione? o qualcosa in meno?
    grazie

  • #2
    Ma la vogliamo finire di vedere l'università sempre e solo come mezzo per trovare un lavoro? Ma dove è finita la felicità di imparare e basta, senza un fine utilitaristico?

    Ad esempio io sono laureato in Sociologia e ricerca sociale, che con il lavoro non ci fai niente (infatti faccio il netturbino, dove basta la terza media). Perché l'ho presa? Perchè mi ponevo delle domande e l'unica che è riuscita a darmela è stata la sociologia (grazie ovviamente anche agli esami di psicologia e filosofia).

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    • #3
      Originariamente inviato da DwightFarfield Visualizza il messaggio
      Ma la vogliamo finire di vedere l'università sempre e solo come mezzo per trovare un lavoro? Ma dove è finita la felicità di imparare e basta, senza un fine utilitaristico?

      Ad esempio io sono laureato in Sociologia e ricerca sociale, che con il lavoro non ci fai niente (infatti faccio il netturbino, dove basta la terza media). Perché l'ho presa? Perchè mi ponevo delle domande e l'unica che è riuscita a darmela è stata la sociologia (grazie ovviamente anche agli esami di psicologia e filosofia).
      'mbare, non demonizzerei una persona perchè sta cercando di poterci lavorare con quello che studia, in generale.


      Buongiorno a tutti nelanto,
      anni fa sentivo pultroppo sempre dileggiare il corso di scienze della comunicazzione chiamandolo scienza delle merendine, probabilmente a causa del fatto che è percepito come molto semplice oppure perchè sembra un pastrocchio di mille esami diversi che non c'entrano niente l'uno con l'altro.
      chiedo a voi se in questi anni è cambiato qualcosa? o generalmente chi si laura in questa facoltà poi o trova un lavoro da diplomato, oppure prosegue con un'altra magistrale inutile?
      infine sarei curioso di sapere delle info specifiche sul corspo comunicazione e società della statale di milano: ha qualcosa in piu degli altri di comunicazzione? o qualcosa in meno?
      grazie
      Per quanto OP, quel corso io lo eviterei, è nella top 3 dei corsi evitabili e no, non ci fai niente.

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      • #4
        [QUOTE=BeardedSnow;n48793]

        'mbare, non demonizzerei una persona perchè sta cercando di poterci lavorare con quello che studia, in generale.

        Ma certo, dico solo che il lavoro non deve essere il motivo principale. Poi quello viene da sé.




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        • #5
          Originariamente inviato da DwightFarfield Visualizza il messaggio
          Ma la vogliamo finire di vedere l'università sempre e solo come mezzo per trovare un lavoro? Ma dove è finita la felicità di imparare e basta, senza un fine utilitaristico?

          Ad esempio io sono laureato in Sociologia e ricerca sociale, che con il lavoro non ci fai niente (infatti faccio il netturbino, dove basta la terza media). Perché l'ho presa? Perchè mi ponevo delle domande e l'unica che è riuscita a darmela è stata la sociologia (grazie ovviamente anche agli esami di psicologia e filosofia).
          il pezzo di carta serve per trovare lavoro, per il resto al giorno d'oggi nel 2026 uno può studiarsi da solo tutti gli argomenti che gli interessano. su youtube o in generale sul net si trova ormai di tutto. l'uni per quel tipo di obiettivo è ormai inutile, anzi dannosa perchè costa e stresssa

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          • #6
            Ma tu hai mai lavorato? Comunque, a mio avviso, gli unici pezzi di carta che ti fanno trovare lavoro sono Medicina, Ingegneria e forse economia. Ma se hai pensato a scienze della comunicazione...

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            • #7
              Leggetevi questa discussione (però continuate qua perché quella è nelle presentazioni).
              BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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              • #8
                "che peraltro stava alle scienze della comunicazione come io sto alla pornografia" mi ha fatto troppo ridere.

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                • #9
                  ho letto quella discussione e mi è parsa interessante; purtuttavia sarei più interessato a soffermarmi sul corso di comunicazione di Milano in particolare Comunicazione e società. Che ne pensate di tale corso di studio?

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                  • #10
                    Ricordo che l'espressione "scienze delle merendine" nacque in un contesto molto preciso, probabilmente un articolo di giornale o un'opera letteraria di quegli anni, ma non riesco a mettere a fuoco la fonte specifica e non sono riuscito a reperirla neanche attraverso strumenti IA (a parte ovviamente allucinazioni e confabulazioni).

                    In ogni caso, i problemi che affliggono i corsi di laurea in Scienze della comunicazione sono sostanzialmente tre e di natura strutturale.
                    Il primo nodo riguarda la mancanza di una visione condivisa nella comunità scientifica: si parla di scienze, al plurale, ma non c'è unanimità di vedute su quali sono queste scienze, che nella progettazione dei corsi vengono selezionate in modo arbitrario. Dalla sociologia alla psicologia sociale, passando per le scienze giuridiche ed economiche, nonché la psicologia cognitiva, senza considerare discipline (non propriamente scientifiche ma piuttosto speculative) di derivazione linguistica, filosofica e pedagogica, ogni sapere propone un metodo differente, oltre a occuparsi di aspetti o oggetti di studio differenti (talvolta definendo il concetto stesso di comunicazione in maniera differente) senza che esista un reale dialogo interdisciplinare. A differenza di quanto accade per Scienze politiche o Scienze dell'amministrazione, dove il perimetro dei saperi — come il diritto o l'economia — è chiaramente delineato e accettato, in comunicazione i nessi logici tra gli insegnamenti appaiono spesso impalpabili ed evanescenti. Gli stessi studiosi del settore raramente hanno una formazione specifica in Scienze della comunicazione, provenendo dai propri rispettivi specifici àmbiti di ricerca, ai quali restano saldamente ancorati.
                    Il secondo problema è di natura storica e commerciale. Con l'autonomia universitaria e la riforma di cui al decreto MURST 509/1999, gli atenei individuarono nella allora classe 14 una gallina dalle uova d'oro: compresero che potevano usarla come leva di marketing a bassissimo costo. Venivamo da anni di previgente ordinamento in cui il corso era relativamente poco diffuso e quasi dappertutto a numero programmato (con soli 50 posti a testa per gli unici due indirizzi in Giornalismo, quello di Palermo e quello della Lumsa) e ogni volta il numero di domande perlomeno doppiava (in alcune sedi triplicava e forse qualche anno era arrivato a sfiorare la quadruplicazione) i posti disponibili, per cui si sapeva che c'era un'enorme domanda insoddisfatta, per intercettare la quale molte università crearono corsi semplicemente rimestando tra insegnamenti già attivi e ricorrendo massicciamente alle mutuazioni tra facoltà, un meccanismo che consentiva a una facoltà di avvalersi di insegnamenti erogati da un'altra, concepiti per la propria offerta formativa, al fine di soddisfare le necessità dei propri corsi, prescindendo dal relativo parere. Questa strategia di pochi, tattica estemporanea priva di pianificazione degli altri che seguirono a ruota, costituiva un investimento a costo zero con ritorno pressoché immediato, il che portò a un effetto domino anche internamente agli stessi atenei, con il paradosso che non solo ci ritrovammo corsi di laurea della stessa classe, anche egualmente denominati, assai diverse a seconda delle facoltà di afferenza, che inevitabilmente ne condizionavano l'orientamento, ma perfino corsi della stessa classe, concorrenti tra loro, in facoltà diverse dello stesso ateneo, che risultavano tra loro agli antipodi (io ricordo che all'Università di Firenze tra Media e giornalismo alla facoltà di Scienze politiche e Comunicazione linguistica e multimediale alla facoltà di Lettere e filosofia c'era un unico esame in comune e nemmeno con lo stesso peso in crediti). Tra l'altro la belligeranza interna tra facoltà giovava comunque all'ateneo nel suo complesso poiché attraeva nuova utenza, strappandola ad atenei considerati competitors. Vi furono casi estremi dei corsi interfacoltà che coinvolgevano Ingegneria, come all'Università di Cassino, e corsi incardinati in facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, uno dei quali alla Statale di Milano, che poi fu traslato sulla classe di Scienze e tecnologie informatiche. Se quest'ultimo aveva un progetto chiaro e definito (era orientato allo studio della musica, definita per evidenti ragioni di marketing «comunicazione musicale»), non può dirsi altrettanto per quello dell'Università dell'Insubria, sorretto da effimeri contratti.
                    Infine, esiste una confusione di fondo tra le scienze della comunicazione, cioè lo studio scientifico dei processi comunicativi, e la pratica della comunicazione, vale a dire i contesti professionali in cui si fa comunicazione. Quando si parla di scienze (e in generale saperi) della comunicazione ci si riferisce alla sociologia, alla psicologia sociale, alla psicologia cognitiva, al diritto dell'informazione e della comunicazione, all'economia dei mezzi di comunicazione, alla linguistica, alla semiotica, all'estetica, alla filosofia del linguaggio e così via. Quando si parla di comunicazione d'impresa, giornalismo, televisione e quant'altro è più corretto parlare di tecniche di comunicazione. Diciamo che i corsi di classe L-20 esistenti possono suddividersi in 4 macrogruppi:
                    • corsi scientifici ma senza un approccio chiaro o prevalente, in cui la frammentarietà disciplinare delle lauree non consente di acquisire una solidità scientifica profonda in alcuno degli àmbiti toccati. Alla fine del triennio si ha un'infarinatura di molte cose ma si sa fondamentalmente poco di più di quanto non si sapesse prima di intraprendere gli studi universitari. Conoscere un po' di sociologia, un po' di psicologia, un po' di semiotica, magari un po' di geografia economica e quant'altro è mera cultura generale, che non integra conoscenze utili a fare ricerca né spendibili professionalmente.
                    • corsi scientifici con un'impostazione più solida e specifica, che sono quelli migliori dal punto di vista culturale ma paradossalmente meno spendibili sul mercato del lavoro poiché non forniscono competenze di immediata utilizzabilità in contesti professionali.
                    • corsi più orientati all'applicazione professionale che non all'àmbito disciplinare. L'esempio più classico è Relazioni pubbliche e pubblicità alla Iulm, erede dello storico Relazioni pubbliche (corso quadriennale del previgente ordinamento, antesignano di Scienze della comunicazione, che invece era quinquennale). Tuttavia anche la suddivisione in indirizzi del corso della Suor Orsola Benincasa prefigurava le destinazioni professionali e intento professionalizzante avevano pure Comunicazione e marketing dell'Università di Modena e Reggio Emilia, Media e giornalismo "Adriano Olivetti" dell'Università di Firenze, Giornalismo per uffici stampa dell'Università di Palermo e così via. Tra questi, alcuni a dispetto delle intenzioni di professionalizzante avevano ben poco. Probabilmente il migliore era il predetto Media e giornalismo, che, nella seconda versione, riusciva a coniugare un impianto formativo molto solido, che ricalcava l'indirizzo politico-sociale del vecchio corso di laurea quadriennale in Scienze politiche, con l'ambizione della formazione al giornalismo, conciliando gli scopi professionalizzanti con la formazione scientifica. Tuttavia il punto di equilibrio accademico non venne riconosciuto dal mercato del lavoro, l'impatto con il quale fu talmente traumatico che oserei definirlo uno schianto. Ad oggi risulta che solo 3 (tre) laureati in Media e giornalismo (Matteo Pucciarelli, Giammarco Sicuro ed Eleonora Mastromarino, tutti e tre da me conosciuti personalmente) siano giornalisti professionisti, almeno uno di essi (non dico chi per ragioni di privacy) abbia intrapreso la carriera prima di laurearsi e non abbiano nemmeno tutti e tre un'occupazione stabile (è gente che si laureata entro il 2008). Dal punto di vista dello studio della comunicazione come fenomeno sociale questo corso è stato sicuramente il migliore che potesse essere concepito in tutta la storia dell'università italiana. Si prefiggeva tuttavia un obiettivo troppo ambizioso, cioè quello di incidere profondamente sulle regole di ingaggio nel giornalismo italiano andando a scardinare le logiche che Milly Buonanno abilmente aveva descritto nei suoi saggi. Un ateneo relativamente giovane e tutto sommato periferico come quello fiorentino non aveva questa forza. Una curiosità: il corso di laurea in Scienze politiche per il giornalismo dell'Università di Messina, pur afferendo alla classe 15 (attuale L-36, Scienze politiche e delle relazioni internazionali), era molto simile.
                    • corsi che sono semplicemente dei corsi di laurea in lettere, lingue o perfino beni culturali travestiti da corsi di comunicazione per ragioni di marketing, tanto tutto può essere definito comunicazione.
                    Tuttavia l'offerta formativa odierna è molto più razionale rispetto ai picchi registratisi tra il 2004 e il 2006, quando singoli atenei erano arrivati ad attivare sino a 6 (sei) corsi della allora classe 14 in sino a 3 (tre) facoltà differenti, che spaziavano da Sociologia a Lingue e letterature straniere passando per Scienze della formazione. Ci fu un anno specifico in cui vi fu un crollo delle immatricolazioni (ora non ricordo quale ma in altre discussioni del forum ne parlo con dovizia di particolari). Alcuni atenei avevano introdotto il numero chiuso l'anno prima prevedendo la prosecuzione del trend fosse in salita, non riuscendo nemmeno a coprire i posti, pari o inferiori agli immatricolati dell'ultimo anno a numero aperto; molti disattivarono i corsi e questo accadde perfino tra quelli che avevano appena programmato gli accessi. Una débâcleche non si spiega di certo con l'accesso programmato quale elemento di dissuasione, ma va ricondotta piuttosto proprio alla campagna denigratoria, che in quegli anni vide protagonisti personaggi pubblici come i politici Maurizio Sacconi e Maria Stella Gelmini e il giornalista Bruno Vespa.

                    Il settore della comunicazione è onnipresente e pervasivo e offre moltissimo lavoro, ma chi opera nel marketing analitico o strategico proviene più spesso da percorsi in Economia, Statistica, Scienze politiche o sinanche Ingegneria e Giurisprudenza. Nelle componenti più creative (pubblicità, story telling, editoria) è pieno di laureati in altre discipline, non solo umanistiche, oltre che di non laureati affatto.
                    Settori d'avanguardia come l'interaction design, l'interazione uomo-macchina e l'intelligenza artificiale richiedono effettivamente competenze interdisciplinari, ma queste in Italia faticano a trovare una sintesi accademica stabile.
                    Non parliamo poi delle telecomunicazioni e dell'informatica, rispetto alle quali i corsi di laurea in Scienze della comunicazione offrono competenze rasenti lo zero, tranne che per lavoro poco qualificato. E infatti io ho conosciuto ragazzi brillantemente laureati in Scienze della comunicazione che si occupavano di customer operations telefoniche ed erano pure contenti (N.B.: non a Napoli o a Palermo, ma a Bologna e Milano). Sono andati in Tim e Vodafone, certo, ma mica per occuparsi di marketing, pianificazione, lobbying & regulatory affairs, media relations, bensì per rispondere, cuffia in testa e barra telefonica a video, al 119 e al 190 (e, all'epoca, all'800-846900).

                    Malgrado quanto sopra, i dati AlmaLaurea dipingono un quadro incoraggiante: meno del 47% dei laureati prosegue in un corso di laurea magistrale (con una fortissima frammentazione e oltre il 30% di coloro che lo fanno che opta per classi non comunicative, tra cui un significativo 4.6% su LM-77, Scienze economico-aziendali), al di sotto della media generale di tutti i corsi di laurea ad eccezione di quelli di area sanitaria, e questo proprio perché la laurea risulta generalmente sufficiente a trovare occupazione. Infatti tra chi non prosegue il tasso occupazionale a un anno dalla laurea è superiore al 70% e a cinque supera il 74%, 12 punti in più rispetto alla L-33 (Scienze economiche), sebbene questa faccia meglio a un anno. Le professioni più comuni sono quelle di tecnico del marketing e tecnico della pubblicità, segno che il mercato assorbe comunque queste figure, sebbene le retribuzioni siano bassine (anche rispetto a classi che hanno dati peggiori in termini di numero di occupati). Comunque, non è da sottovalutare che al secondo posto tra i tre sbocchi occupazionali più rappresentativi ci sono gli agenti di commercio.
                    Il brand dell'ateneo pesa sulla percezione del titolo: un corso di laurea dispersivo e non particolarmente caratterizzante come quello di Bologna, che delinea un profilo né carne né pesce e in cui l'unico settore scientifico-disciplinare che si possa approfondire è M-FIL/05 (Filosofia e teoria dei linguaggi, cui afferisce la maggior parte degli insegnamenti di semiotica di scuola echiana), nonostante questi oggettivi limiti qualitativi risulta efficace in ordine alla ricerca di un'occupazione, mentre fanno più fatica laureati di corsi di studio che a livello di piano presentano meno criticità. Un caso particolare è costituito dalla Iulm, che non gode di chissà quale reputazione, anzi, ma ha un career service formidabile. Anche il placement della Suor Orsola Benincasa è molto buono.

                    Infine, così come le università hanno sovente utilizzato la vecchia classe 14 e utilizzano tuttora, sebbene più di rado, la classe L-20 come contenitori di percorsi che hanno ben poco a che fare con le scienze della comunicazione (vedi Comunicazione interculturale e Psicologia e comunicazione alla Bicocca e Scienze per la comunicazione internazionale a Catania), e inoltre non di rado hanno hanno infilato la magica parola "comunicazione" quasi a caso in corsi che non c'entravano niente (di solito della classe 29, corrispondente all'attuale L-5, Filosofia), di converso esistono o sono esistiti percorsi in comunicazione inquadrati in classi differenti, come Scienze della comunicazione scritta e ipertestuale all'Università di Parma (classe 5, corrispondente all'attuale L-10, Lettere) e Culture digitali e della comunicazione alla Federico II (classe 36, Scienze sociologiche, prima; classe L-40, Sociologia, adesso). Questa fluidità burocratica oltre a contribuire ad alimentare l'ambiguità tradisce una crisi d'identità scientifica tuttora irrisolta.
                    Ultima modifica di dottore; Ieri alle, 22:50.
                    BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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