A mio avviso l'indagine conduce a conclusioni inevitabilmente sbagliate in quanto viziata da una lunga sequela di insanabili errori metodologici.
I giornalisti economici sostengono che nel 2023, a causa dei pensionamenti, si libereranno 2.5 milioni di posti di lavoro per laureati in Scienze politiche, Economia, Statistica da un lato e nell‘insegnamento secondario, con particolare riferimento a Lettere, Lingue e Scienze motorie, dall‘altro.
Questi sono solo alcuni degli errori metodologici da me individuati:
1. innanzitutto, l'affermazione su quali saranno le lauree più utili non tiene conto della riforma universitaria, benché questa (varata nel 1997 e attuata nel 1999) sia oramai a regime da 17 anni. Quindi calcola che 4 anni accademici (da qui al 2023 sono 5 anni solari, ma 4 accademici) e in effetti con il previgente ordinamento tutte le lauree citate si conseguivano al termine di corsi di durata quadriennale.
2. dà per scontato che gli studenti che si stanno immatricolando in questi giorni all'università si laureeranno in corso. Ma i laureati in corso con il nuovo ordinamento sono meno che col vecchio: il tempo medio per il conseguimento di una laurea è 7.3 anni a fronte di una durata normale di 3, con percentuali di laureati in corso che in alcune sedi per alcuni corsi superano di poco il 10%. Per le lauree magistrali le scosse vanno meglio: 3.5 anni a fronte di una durata normale di 2. Solamente per le lauree magistrali a ciclo unico, i cui corsi hanno durata normale di 5 o 6 anni, i laureati in corso superano il 40%, con addirittura il 97% per Medicina (dati AlmaLaurea, che in questa classe nell'anno 2017 ha registrato il 100% di laureati in corso con la media del 112, cioè con più 110 e lode che 110, nelle università statali).
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3. i posti di lavoro presi in considerazione sono l‘insegnamento nella scuola secondaria e le funzioni apicali (ex carriera direttiva) e dirigenziali della pubblica amministrazione, nonché la politica elettiva.
Per la politica, a parte il fatto che io non la annovererei tra le professioni, è totalmente sballata l‘associazione con dei corsi di laurea: in tutto il periodo repubblicano non c‘è mai stata una prevalenza di laureati in parlamento, anzi. Figuriamoci nelle assemblee regionali e locali. In queste ultime, poi, ci sono più medici che laureati in discipline giuridico-politico-economiche o scienze sociali in genere.
Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, Il Sole - 24 ore non tiene conto che a causa del patto di stabilità le amministrazioni sono vincolate all‘assunzione di al massimo 1 persona per ogni 4 che ne escono (inoltre, i collocamenti a riposo non avvengono contemporaneamente e infatti spesso anche grandi enti bandiscono concorsi a pochissimi posti, anche uno solo). Questo quando va bene, perché gli enti locali in dissesto finanziario non possono assumere nessuno neanche se sono sotto organico.
Per quel che riguarda l‘insegnamento secondario, che peraltro sempre pubblica amministrazione è, Il Sole - 24 ore non tiene conto che le regole per l‘accesso allo stesso dall‘ultima dècade del secolo scorso ad oggi sono state profondamente riformate sino a due volte per ciascuna legislatura. Volendo fare previsioni sulla base dell‘attuale normativa, suggerire di laurearsi in Lettere, Lingue o Scienze motorie non serve perfettamente a niente poiché l‘accesso all‘insegnamento dipende dalla laurea magistrale, non dalla laurea. Lauree magistrali in Lettere, Lingue e Scienze motorie non esistono e se io conseguo una laurea magistrale in Filosofia dopo una laurea in Scienze politiche potrò insegnare filosofia e storia, mentre se conseguo una laurea magistrale in Lingue straniere per la comunicazione internazionale oppure in Interpretariato di conferenza dopo una laurea in Scienze dell'educazione potrò insegnare Lingue e lettere straniere. Non sono casi limite e neanche isolati. Ho conosciuto personalmente laureati in Lingue, Lettere, Sociologia e Scienze della comunicazione iscritti a un corso di laurea interclasse Scienze economico-aziendali e Scienze della p.a. dell'Università di Modena e Reggio Emilia. Ho conosciuto laureati in Scienze della comunicazione iscritti a corsi di laurea magistrale delle classi di Scienze economiche per le arti e la cultura, Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale, Progettazione e gestione dei sistemi turistici, Psicologia (in Bicocca è quasi la norma), Scienze cognitive, Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale, Servizio sociale e politiche sociali, Sociologia e ricerca sociale, Tecniche e metodi per la società dell'informazione, Scienze pedagogiche, Teorie e metodologie dell'e-learning e della media education e perfino Storia dell'arte e Design. Ho conosciuto laureati in Economia aziendale iscritti a corsi di laurea magistrale della classe di Scienze della comunicazione pubblica e d'impresa e pubblicità . Ho conosciuto laureati in Scienze politiche iscritti a corsi di laurea magistrale delle classi di Scienze storiche, Scienze filosofiche, Scienze geografiche, Scienze statistiche, Scienze dell'economia, Scienze economico-aziendali, Scienze della comunicazione pubblica e d'impresa e pubblicità , Teorie della comunicazione, Scienze delle religioni e Lingue e letterature moderne europee e angloamericane.
In ogni caso a seconda della classe di concorso, oltre alla classe specifica di laurea magistrale, occorre maturare una rosa di crediti in alcuni settori scientifico-disciplinari (è quasi impossibile averli già tutti anche sommando le varie carriere) + i 24 crediti specifici per insegnare qualsiasi cosa inventati dalla Fedeli, quindi bisogna sostenere ulteriori esami (e non è detto che in un solo anno ce la si faccia, perché molti atenei pongono dei paletti rispetto all‘iscrizione a insegnamenti singoli, in termini di numeri di insegnamenti o, più frequentementre, di crediti). Infine, per l‘abilitazione bisogna frequentare il tirocinio formativo attivo (TFA). E siamo già a 7-8 anni accademici, che poi fanno una decina scarsa di anni solari. Chi inizia adesso questo lunghissimo percorso finisce dunque perlomeno nel 2027, se tutto va bene, cioè 4 anni più tardi dell‘ipotesi del Sole - 24 ore. Esistono in realtà due scorciatoie: la prima è quella di iscriversi a un corso di laurea magistrale ad accesso ristrettissimo comprensivo di abilitazione: consentono di abilitarsi contemporaneamente in due classi senza esami aggiuntivi e con soli due anni accademici in più dopo la laurea (5 anni accademici in totale e ‘solo‘ due tesi), ma da quando sono stati inventati (legge 53/2003) ne sono stati istituiti solo un paio (uno all‘Università di Torino in à mbito fisico-matematico e l‘altro non mi ricordo) e una tantum (cioè l‘anno dopo già non era più consentita l‘immatricolazione). La seconda è quella di conseguire l‘abilitazione in un altro stato membro dell‘Unione europea, ma, una volta superati gli enormi ostacoli burocratici magari grazie al supporto di un‘agenzia che per sbrigare le pratiche al nostro posto ci chiede la modica cifra di 7mila euro, si scopre magari che il riconoscimento dell‘abilitazione non è possibile in quanto non esiste esatta corrispondenza tra le materie in cui ci si è abilitati in quello stato e quelle impartite in Italia.
4. a proposito di normative, lo studio del Sole - 24 ore si basa sulla normativa attuale sulle pensioni. E abbiamo buone probabilità di ritenere che sarà modificata.
5. tornando all‘insegnamento, lo studio del Sole - 24 ore non tiene conto che le graduatorie per l‘accesso allo stesso sono lunghissime in quasi tutta Italia («quasi» semplicemente perché nelle regioni autonome Valle d‘Aosta, Friuli - Venezia Giulia e Trentino - Alto Adige vigono norme che di fatto limitano l‘accesso all‘insegnamento ai nativi di quelle regioni; N.B.: in Trentino - Aldo Adige le scuole pubbliche non sono statali, ma delle due province autonome). Al di fuori dei casi-limite in cui gente viene immessa in ruolo sulla soglia della pensione (tipo quella di 64 anni che andò in televisione), mediamente le immissioni in ruolo senza concorso (per scorrimento delle graduatorie ad esaurimento) riguardano persone comunque molto in là con gli anni. Dopo di loro verrà il turno degli insegnanti nati intorno al 1984, che attualmente sono quasi tutti precari. E si sta formando un nuovo esercito di aspiranti insegnanti. Nel 2023 probabilmente non saranno stati assorbiti neanche loro. E poi non possiamo neanche essere sicuri che ci saranno le cattedre che ci sono oggi: nuovi tagli saranno possibili sia a causa di accorpamenti e riforme sia a causa di soppressioni dovute al fatto che, a causa del calo della natalità , ci saranno sempre meno alunni.


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