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Il flop delle lauree professionalizzanti

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  • Il flop delle lauree professionalizzanti

    Secondo questo articolo, le lauree professionalizzanti, al debutto nell‘anno accademico 2018-2019(*), sono state un fallimento. Questo è un vero peccato perché si tratta di corsi di studio che garantiscono di fatto l‘inserimento lavorativo.

    Facciamo un passo indietro sull‘origine di questi corsi. Quando la Moratti emanò il decreto 270/2004, che talvolta si trova citato, impropriamente, come «509 bis», ci fu una levata di scudi da parte dell‘opposizione, secondo cui lei stava stravolgendo la riforma voluta da Berlinguèr, De Mauro e Zecchino per tornare indietro al previgente ordinamento (aggiungo io: ma magari!), attraverso un sistema definito «a Y» oppure «1+4». Tale affermazione nacque da un‘errata interpretazione (ovviamente politicamente orientata da parte di una certa stampa favorevole a una determinata parte politica, più che frutto di un equivoco) delle parole del sottosegretario Maria Grazia Squilini, che avrebbe affermato in un‘intervista che grazie al correttivo alla riforma che il suo dicastero stava preparando si sarebbe tornati a identificare la «vera» laurea come quella di cinque anni (N.B.: i corsi di laurea del previgente ordinamento duravano quasi tutti 4) e che questo doveva essere chiaro. La creazione, in fretta e furia, della laurea magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza (LMG/01) contribuì ad alimentare la leggenda: ricordo che in quel periodo quando io incontravo per caso miei vecchi compagni di scuola ”“ venendo dal liceo classico gli studi accademici di tipo giuridico erano una scelta quasi generalizzata ”“ e chiedevo che stessero facendo, le risposte di chi si era iscritto a Scienze giuridiche andavano da «non mi sono ancora laureato perché sono passato al vecchio ordinamento» (la mia faccia conseguente: ) a «sono passato dal 3+2 [N.B.: un corso di laurea 3+2 non è mai esistito, perché laurea e laurea specialistica o magistrale sono egualmente due cicli distinti e separati composti da due corsi autonomi tra loro; 3+2 è solo una delle tante ipotesi di un percorso di studi individuale; ndr) all‘1+4», e non vi dico gli alterchi quando spiegavo loro che non avevano capìto niente. D‘altronde ancora oggi su quella cosa imbarazzante che si chiama Yahoo! answers (e ringrazio Iddio che da quando Yahoo! è stato acquisito da Oath non compare più tra i primi tre risultati di molte mie ricerche Google, come sistematicamente accadeva prima insieme con Wikipedia e Wikihow), al netto di coloro che si inventano risposte talmente bizzarre da farmi pensare che sono dei trolls (tipo «la laurea magistrale è quella che abilita all‘insegnamento», «la laurea magistrale è quella che ti permette diventare magistrato», «in alcune università  si chiamano magistrali e in altre specialistiche», ma the winners are quelli che «la laurea magistrale è a ciclo unico o 3+2, mentre la laurea specialistica è quella in professioni sanitarie 3+2 o 5+2», «la specialistica è quella che fai dopo Medicina» e «la specialistica è il corso che fai per conseguire la laurea magistrale, che rappresenta la somma tra triennale e specialistica; in pratica quando discute la tesi la commissione vede tutto il tuo curriculum di 5 anni e in base a quello ti proclama dottore magistrale»**), moltissimi commenti alla domanda «che cos‘è una laurea magistrale?», comprese alcune votate come migliori risposte, asseriscono che la laurea magisdtrale si otterrebbe dopo un corso di cinque anni (a ciclo unico) mentre la specialistica sarebbe la «specializzazione» che si prenderebbe dopo la «triennale»(***) l‘intento della magistrale è quello di eliminare la laurea di primo livello che,da sola,non ti consente di fare granchè,è meglio completarla con la laurea specialistica.In pratica si torna al vecchio ordinamento,come nel caso di giurisprudenza che adesso è in 5 anni(quella precedente era il c.d.tre più due cioè laurea di primo livello e laurea specialistica,e prima ancora era in 4) e quindi non c‘è la laurea di primo livello,non c‘è il corso specialistico e gli esami si fanno completi anzichè divisi in due parti). La risposta più diffusa, comunque sbagliata, è che facendo il ciclo unico o il 3+2 (che secondo alcuni dipenderebbe da una scelta personale, secondo altri dal corso di laurea al quale ci si iscrive: entrambe affermazioni invariabilmente errate) in mano ci si ritrova comunque con una laurea magistrale, cosa non vera perché con il 3+2 si conseguono due titoli distinti, il secondo del quale non assorbe il primo.
    In realtà  un fondo di verità  su cui è stato costruito questo castello di sciocchezze (che non crolla a distanza di 14 anni di sole evidenze contrarie) è che la "controriforma" Moratti oltre al D.M. 270/2004 ha previsto una serie di ulteriori regolamenti, attuativi di quello principale (e nella maggior parte dei casi emanati dal successivo ministro comunista Fabio Mussi, del governo Prodi II, esponente dell‘ala più estrema e oltranzista dei Ds, quelli che avevano abiurato all‘esperienza ulivista e si rifiutarono di aderire al Pd, fondando Sinistra democratica), che prevedono che gli atenei possono istituire più corsi di laurea della stessa classe solo se si differenziano per almeno 40 crediti ciascuno, ma che in ogni caso i corsi di laurea della stessa classe o di classi considerate affini dai regolamenti didattici delle singole sedi devono prevedere 60 crediti in comune, idealmente collocati al primo anno, in maniera tale da agevolare eventuali passaggi. Quindi in buona sostanza si frequenta un tronco comune della durata di un anno durante il quale si matura la decisione in merito il ramo da scegliere, potendo optare per indirizzi (curricula o corsi separati ma affini) più o meno professionalizzanti, senza che questo precluda in alcun modo la possibilità  di proseguire gli studi dopo la laurea. La vulgata riferita dai giornali, e cavalcata in maniera strumentale dalle solite associazioni studentesche che notoriamente amano adoperare termini come "sindacato" e "collettivo", era invece che ci sarebbe stato un anno comune tra la laurea cosiddetta triennale in Scienze giuridiche (in realtà  abolita tout court nella nuova classificazione, che ha salvato solo la classe di Scienze dei servizi giuridici) e la laurea magistrale (a ciclo unico) in Giurisprudenza, con il primo anno comune al termine del quale lo studente avrbbe dovuto decidere irreversibilmente se fermarsi al «triennio» o conseguire la «laurea completa». In realtà  questa ipotesi è semplicemente impossibile, visto che le prescrizioni operano solamente all‘interno delle classi dello stesso ciclo. D‘altro canto, nell‘ipotesi caldeggiata da questi speculatori (che fingevano di aver capìto che la laurea magistrale potesse essere solo a ciclo unico i corsi si sarebbero dovuti moltiplicare, quando in realtà  il primo obiettivo, pienamente centrato, era ridurre drasticamente il numero dei corsi, addirittura incentivando l‘accorpamento di corsi di due classi differenti qualora un ordinamento soddisfi i requisiti di entrambe, infatti il fenomeno della moltiplicazione di corsi della medesima classe all‘interno di un‘unica sede si è praticamente azzerato. In alcune sedi il numero di corsi si è ridotto a un terzo (il che ha provocato l‘effetto collaterale di danneggiare i piccoli atenei ad elevata specializzazione). Inoltre nessun ateneo ha individuato affinità  tra classi diverse, salvo il caso di corsi interclasse (lo scopo del cui accorpamento non è certamente quello di orientare lo studente tra la scelta della professionalizzazione immediata e quella di proseguire gli studi; d‘altronde in entrambi i casi ci si laurea e si possono proseguire gli studi nei corsi di durata biennale per conseguire la laurea magistrale). I decreti prevedono, infine, che lo studente debba scegliere al momento dell‘immatricolazione il corso specifico (nella maggior parte delle sedi viene imposto di scegliee anche il curriculum), e la classe se il corso è interclasse anche la classe, a cui iscriverse; questo implica che le scelte interaprese successivamente comportano una modifica e dunque passaggio, per quanto agevolato dalla comunanza di settori e crediti, in quanto tale soggetto a un procedimento di convalida della carriera; il fatto che coincida la distribuzione di crediti per settori scientifico-disciplinari non vuol dire infatti che coincidano esattamente le stesse attività  formative e dunque la «passerella» non garantisce il riconoscimento integrale delle attività  formative (nei passaggi tra corsi della stessa classe è garnatito solo il 50% dei crediti maturati in ciascun settore comune).

    Tanto premesso, anche questi corsi professionalizzanti consentono la prosecuzione degli studi. Proprio per questo mi meraviglia che abbiano avuto così poco successo. Il problema è che anche su questo c‘è molta disinformazione: lo stesso quotidiano economico scrive «Nel frattempo anche il Consiglio universitario nazionale (Cun) dovrà  elaborare le classi speciali per i titoli professionalizzanti. Altrimenti i neo-laureati non potranno neanche iscriversi a un corso magistrale. A differenza di chi ottiene una triennale classica». Questo è semplicemente falso. Le lauree magistrali e le lauree sono indipendenti le une dalle altre. Per iscriversi a un corso di laurea magistrale basta avere i requisiti di accesso, definiti dal regolamento di ogni singolo corso. Punto.
    A scanso di equivoci, preciso che è possibile iscriversi anche con una laurea di una classe sanitaria o di scienze della difesa e della sicurezza a una laurea di classe ordinaria. Molti regolamenti didattici di corsi di laurea magistrale della classe di Scienze della nutrizione umana (classe LM-61), idonei all‘accesso all‘esame di Stato per l‘abilitazione alla professione di biologo, prevedono proprio tra i requisiti di accesso, in alternativa ad altri, il possesso di una laurea in Dietistica (cioè una laurea della classe SNT/3, Professioni sanitarie tecniche, abilitante alla professione di dietista), e conosco personalmente militari che dopo una laurea nella classe di Scienze della difesa e della sicurezza si sono iscritti a corsi di laurea magistrale delle classi LM-52 (Relazioni internazionali), LM-62 (Scienze della politica) e LM-63 (Scienze della pubblica amministrazione. L‘unico motivo per cui le classificazioni delle lauree abilitanti alle professioni sanitarie e delle lauree per i militari sono separate rispetto a tutte le altre è che la classificazione delle seconde e delle terze viene fissata di concerto rispettivamente con il Ministro della salute e il Ministro della difesa, con emanazione di decreti interministeriali. Oltretutto queste ultime valgono solamente per le accademie, perché le laure convenzionate con altri istituti di formazione militare (scuole sottufficiali), attivate sulla base di convenzioni con i singoli corpi, afferiscono quasi tutte alle classi L-36 (Scienze politiche e delle relazioni internazionali), L-15 (Scienze dell‘amministrazione e dell‘organizzazione) e vecchia 36 (Scienze sociologiche). Anche la classe LMG/01 è prevista da un decreto a parte, ma solo perché è stata introdotta prima che venissero emanate le classi delle lauree magistrali (infatti fu attivata in un anno accademico in cui furono attivati nanche corsi di laurea specialistica, il che contribuì ad alimentare la confusione). Successivamente si è preferito introdurre nuove classi (ad esemopio la LM 85-bis) apportando variazioni (modifiche e integrazioni) ai decreti esistenti (ad eccezione forse della LMR/01), ma è solo una questione di tecniche normative. Non esiste nessuna differenza di valore quantitativo tra una laurea che Il Sole - 24 ore definirebbe «classica» e una laurea abilitante a una professione sanitaria oppure una laurea per la formazione di militari, figuriamoci dunque con una laurea professionalizzante ascritta a una classe «classica».

    Va detto però che ci sono delle pressioni che, con la scusa del fatto che l‘Unione europea avrebbe obbligato gli stati membri (uso il condizionale perché lo leggo qui ma non trovo le fonti del diritto su cui si basa quest‘affermazione) a istituire, entro il 2020, corsi di laurea direttamente abilitanti a professioni tecniche, qualcuno vorrebbe però che venissero emanate delle classe separate per questo genere di lauree, che qualcuno vorrebbe rendere abilitanti per le professioni di geometra e perito industriale (cosa che personalmente non mi trova affatto d‘accordo perché per quanto mi riguarda la scuola secondaria superiore, se ben organizzata, è più che sufficiente per la formazione di professioni tecniche intermedie, ma non intendo qui addentrarmi in questo discorso). Ancora una volta questo qualcuno non sa di cosa parla dato che caldeggia una «netta distinzione» rispetto alla «laurea quinquennale classica in Ingegneria»: peccato che questa non esista più da circa 18 anni.
    Secondo me se questa ipotesi verrà  realizzata questi titoli perderanno ancora più appeal, anzi saranno affossate definitivamente. I collegi dei geometri e dei periti industriali se non vogliono fare la fine di quello dei ragionieri e periti commerciali devono escogitare qualcosa di meglio; anche su questo dovremmo aprire un capitolo a parte.

    Vedi anche
    - https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-01/al-via-15-lauree-orientate-lavoro-063731.shtml?uuid=AEpkDXsD
    - I”‰rettori lanciano le lauree professionalizzanti, l‘ultimo anno sarà  «on the job»

    ___________
    * In realtà  ci sono stati esempi di lauree professionalizzanti organizzate da singole università  al di fuori iniziative ministeriali. Conosco un caso in cui addirittura ai crediti che si maturavano in azienda erano associati settori scientifico-disciplinari, come fossero esami.

    ** Leggete questo che cita come fonte «cultura e cervello»: Se vogliamo essere più pratici la maggiore differenza sta nel fatto che se intraprendi una laurea magistrale devi per forza finire tutti e 5 gli anni, altrimenti in mano non avrai alcun pezzo di carta, invece scegliendo una triennale, al termine dei 3 anni puoi "fermarti" ed avere in mano comunque una laurea, seppure triennale. Oppure decidere di continuare prendendo la Specialistica.
    Paradossalmente quelli che citano come fonte Wikipedia hanno risposto meglio.

    *** Menzione di merito: «Non c‘è alcuna differenza. Sono la stessa cosa. Specialistica era il nome ke le avevano dato con la riforma del 99; magistrale è la nuova denominazione data con la riforma del 2004. Probabilmente si sono resi conto ke il termine specialistica non c‘entrava niente. Infatti la maggior parte delle lauree specialistiche, alla fine, non specializzava in niente; erano +ttosto generike; inoltre si creava confusione con i diplomi di specializzazione post laurea, che sono 1 altra cosa. Magistrale, invece, mi sembra una denominazione + idonea: magistrale significa suxiore, grandioso. Ineffetti, questa laurea è superiore alla triennale ed è il grado maximo, visto ke dopo di questa, non esiste una laurea di terzo livello. Inoltre magistrale ha a ke fare con l‘insegnamento. Infatti, la magistrale/ex specialistica è l‘unica laurea ke consente di accedere all‘insegnamento nelle scuole. Inoltre c‘è l‘attinenza col master‘s degree, ke volendo tradurlo signifikerebbe + o - "Laurea superiore"».
    C‘è pure chi si sforza di dare una spiegazione: «l‘intento della magistrale è quello di eliminare la laurea di primo livello che,da sola,non ti consente di fare granchè,è meglio completarla con la laurea specialistica.In pratica si torna al vecchio ordinamento,come nel caso di giurisprudenza che adesso è in 5 anni(quella precedente era il c.d.tre più due cioè laurea di primo livello e laurea specialistica,e prima ancora era in 4) e quindi non c‘è la laurea di primo livello,non c‘è il corso specialistico e gli esami si fanno completi anzichè divisi in due parti». Notare che questa risposta è stata preferita a una corretta con tanto di riferimenti nromativi.
    Degno di nota: «Io sono iscritto ad un corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza.
    Tuttavia non ne so moltissimo..
    Comunque: la laurea magistrale è quella che dura obbligatoriamente 5 anni, ed in oltre il termine "magistrale" fa sempre figo...
    Laurea normale è quella che può durare 3 o 5 anni».
    Menzione d‘onore: «il corso di laurea magistrale dura in tutto 5 anni
    in pratica non fai prima la laurea triennale e poi la specialistica (3+2), ma fai un unico corso di laurea a ciclo unico con un‘unica tesi finale
    ogni università  può organizzare i corsi in maniera diversa, 3+2 o ciclo unico magistrale».
    Ma vogliamo parlare di”¦ «La laurea di primo livello corrisponde al vecchio diploma universitario»? o.O
    Del resto c‘è anche lo scienzziato secondo cui «La magistrale è INDISPENSABILE, perché con la sola triennale non si trova niente, e non puoi nemmeno fare i concorsi per laureati nella PA. Niente ti impedisce di cercare lavoro mentre studi, in ogni caso».
    Ma ci sono anche quelli che «la laurea magistrale è quella che comprende una tesi di laurea di circa 120 pagine, a seconda della facoltà  alla quale si è iscritti. In pratica la laurea magistrale è il risultato di un 3+2 che dà  un quinquennio di studi alternativo alla vecchia laurea, quella che si diceva del "vecchio ordinamento" nella quale gli anni erano 4 ma c‘era una tesi di laurea sola (più lunga di quella della magistrale, in proporzione) [”¦]. La laurea magistrale o biennale, infatti, si chiama anche laurea di secondo livello, perchè prevede una preparazione più approfondita nella materia nella quale uno studente si era laureato nei tre anni (laurea triennale)».
    .
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  • #2
    Guardate questa domanda:
    «La mia domanda è: se dopo aver conseguito la laurea triennale decido di continuare per altri due anni otterrò lo stesso titolo di studio di quello che ha deciso di conseguire la magistrale?».

    Ma soprattutto leggete queste due risposte prese a caso tra le tante:
    - «una volta tutte le lauree erano magistrali a ciclo unico (ovvero duravano 4 anni e poi avevi in mano il titolo)».
    - «Le lauree magistrali a ciclo unico durano 5 anni (come giurisprudenza o architettura) o 6 anni (come medicina e odontoiatria) ed equivale ad una laurea completa.
    La triennale è una sorta di mini-laurea, che va completata con una specialistica di 2 anni. Quindi una volta completato lo studio dei 5 anni si ha UNA laurea completa (lo specifico perché c'è chi erroneamente pensa che una 3 + 2 equivalga a due lauree)».

    Triplo facepalm
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    • #3
      Un'altra piccola selezione

      «con la riforma universitaria di 6/7 anni fa, i corsi universitari si sono divisi in 2 grandi tronconi: dopo 3 anni puoi già  conseguire una laurea che viene definita "diploma di laurea", poi per ottenere la laurea vera e propria devi affrontare 2 anni di specialistica, detta anche MAGISTRALE».

      «La laurea magistrale è quella che ha una durata di 5 anni (es. Medicina), mentre la laurea specialistica (durata 2 anni) è quella che si consegue dopo la laurea triennale».

      «La laurea magistrale è antrata con la nuova riforma in corso a partire da questo nuovo anno accademico! é la vecchia specialistica di 2 anni, che però dura un anno!!fino all'anno scorso c'era in 3+2 e adesso c'è il 4+1».

      «laurea magistrale è un titolo completo mentre la triennale è una laurea di primo livello (che ha bisogno di una specialistica per essere paragonata alla magistrale) in quanto a durata la prima solitamente dura dai 4ai 5 anni mentre la prima appunto 3anni».

      «e il piu completo...la triennale dopo hai bisogno quasi sempre della specialistica invece la magistrale comprende anke quella...».

      Fosse per me, questa gente, per come scrive prima che per le amenità  che dice, non avrebbe superato neanche la scuola primaria. Altro che discettare di titoli universitari.
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      • #4
        «Migliore risposta: Allora io ti parlo per esperienza, l'anno scorso mi sono laureata nella laurea specialistica o magistrale in filosofia teoretica. Ti posso dire che a differenza di quanto molti pensano il nome è duplice per una stessa cosa, vale a dire si sta parlando della stessa laurea cioè il biennio successivo alla laurea triennale, e in pratica sono sinonimi. Infatti nella mia carriera accademica c'è scritto su internet alla pagina relativa alla seconda laurea biennale SPECIALISTICA-MAGISTRALE. Quindi non c'è differenza, rappresenta un gradino in più della triennale e basta, ma si usa un doppio nome perchè chi si laurea nel biennio acquisisce una sorta di quello che per i medievali era il titolo di "magister" in una certa disciplina. Ma in realtà  la laurea si chiama anche specialistica perchè implica un approfondimento delle materie in cui ti sei laureata nel triennio. Spero di aver chiarito la questione».

        Ma come si fa a essere così ignoranti?
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        • #5
          Il grande problema è come collegare le università  agli ordini professionali in ottica lavoro, cioè come insegnare a PRODURRE.
          Faccio l'esempio di giurisprudenza in cui il laureato viene sbattuto in una realtà  che sulla carta era completamente diversa e in pratica non sa fare nulla a parte le fotocopie.
          Una soluzione potrebbe essere far gestire direttamente agli ordini l'ultimo anno di studi in concerto con gli atenei un pò come succede a medicina.
          Scusa se non ho centrato il tuo discorso ma è veramente molto lungo: su tante cose concordo, su altre ero completamente all'oscuro.

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          • #6
            Ah, Yahoo Answers e Wikipedia per me non sono neanche da aprire a meno che tu non voglia sapere quant'è alto Gerry Scotti o la data di un film.

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            • #7
              Originariamente inviato da Marika Visualizza il messaggio
              Il grande problema è come collegare le università  agli ordini professionali in ottica lavoro, cioè come insegnare a PRODURRE.
              Sono due cose diverse.
              Per me, che sono un liberale, gli ordini professionali andrebbero semplicemente aboliti. Sono corporazioni medievali che nel XXI secolo non hanno senso di esistere e che in Italia resistono solo al conservatorismo della sinistra (che solo apparentemente è un paradosso).
              La regolamentazione delle professioni, ammesso che sia necessaria, è fattibile anche senza ordini o collegi. Anche perché questi ultimi si limitano a simulare la funzione per cui esistono sulla carta (e che detengono per principio costituzionale), cioè quella di garanzia nei confronti dell'utenza: in realtà  svolgono una vera e propria funzione sindacale, agendo come lobbies a tutela delle categorie che rappresentano. Poi ce ne sono di più o meno aperti, ma quello dipende da ragioni di opportunità : il motivo per cui l'Ordine dei medici fa in modo che all'esame di Stato per l'abilitazione alla professione medica si abbiano percentuali di promossi che sfiorano il 100% (e sistematicamente quei 4-5 bocciati in tutta Italia sono semplicemente stati esclusi per meri vizi formali; ad esempio quando ha dato l'esame di Stato mio fratello una si era dimenticata di scrivere il proprio nome o apporre la firma non ricordo su quale documento e un'altra era arrivata in ritardo e dunque risultava assente) e fa pressioni per l'abolizione del numero chiuso a Medicina è perché trae la sua forza dall'elevato numero di iscritti, anche perché la presenza di un elevato numero di medici sul territorio (l'Italia è prima in Europa e probabilmente del mondo per rapporto medici/abitanti) produce consenso, visto che quella del medico è l'unica professione che gode di larghissimo apprezzamento sociale, specie tra le classi sociali più basse. Sono le stesse organizzazioni sindacali e in generale associative dei medici, con il beneplacito dell'Ordine, a promuovere i ricorsi contro il numero programmato (io sono figlio di un medico in pensione e gestisco la casella e-mail di mio padre: tutti gli anni di questi tempi mi arrivano newsletters dalla Consulcesi e altre organizzazioni simili aventi ad oggetto roba del tipo «Tuo figlio non è entrato a Medicina?») o addirittura corsi di laurea in Medicina in lingua italiana presso università  estere, con tanto di assistenza per il riconoscimento dell'abilitazione professionale. Del resto sinora, checché si lamentino, medici senza lavoro non si sono mai visti, perché grazie al fatto che abbiamo una sanità  saldamente in mano pubblica, con privati che campano solo grazie ad accreditamenti e convenzioni con i servizi sanitari regionali e un ruolo quasi nullo degli attori veramente privati nel settore (le assicurazioni sanitarie in Italia infatti non hanno mai preso piede), i posti di lavoro sono sempre in grado di assorbire tutti i nuovi medici e ne avanzano pure. Finché sarà  così la corporazione dei medici non potrà  che abbeverarsi a questa fonte, infatti periodicamente la Federazione nazionale degli ordini dei medici, quando non riesce ad allargare il numero attraverso la sua costante attività  di lobbying, esercitata anche grazie alla folta rappresentativa di medici nelle istituzioni di carattere politico (e guarda caso dov'è che sono più presenti? Nelle regioni, che hanno in mano la sanità ), attua delle vere e proprie campagne bomba, finalizzate palesemente a mettere in allarme gli analfabeti funzionali a causa del previsto pensionamento massivo di chissà  quanti medici, delineando scenari apocalittici. In un servizio completamente campato in aria del Tg1, se non sbaglio della solita Laura Casòn, si diceva che siamo sempre più costretti a importarli dall'estero, affermazione destituita di fondamento idonea peraltro a insinuare dubi anche rispetto alla presunta minor preparazione dei medici stranieri rispetto a quelli italiani, come se l'università  italiana fosse nota nel mondo per la sua formazione d'eccellenza In realtà  in Italia se c'è una penuria di personale sanitario è di infermieri, non di medici, ed è veramente paradossale che tutti gli esercenti professioni infermieristiche e assimilate (tutte le professioni sanitarie minori che un tempo si sarebbero definite paramediche) risultino complessivamente meno dei medici (come del resto nella mia amministrazione qualcosa come il 10% del personale è titolare di qualifica dirigenziale e ci sono inoltre più dipendenti della carriera direttiva che delle categorie C e B; la meno rappresentata è quella più bassa, la A, con appena lo 0.5% di tutte le risorse umane). La sanità  è l'unico settore dell'amministrazione civile in cui il turn over non è mai stato bloccato ed è contemporaneamente l'unico settore in cui la contrattazione a tempo determinato funziona (non vi fidate di chi si lamenta: per un medico è veramente difficile rimanere senza lavoro tra un contratto e un altro).
              Non può dirsi la stessa cosa per altri ordini professionali, che rappresentano categorie che, a differenza di quella dei medici, sono soggette alla legge del mercato e che, pertanto, hanno interesse a limitare la concorrenza.
              Poi ci sono i collegi relativi alle professioni che prima si esercitavano, e che in alcuni casi transitoriamente si possono ancora esercitare, col diploma (periti industriali, periti agrari, agrotecnici, geometri). Quelle hanno un altro problema, e cioè rischiare di scomparire in quanto con la riforma di cui al DPR 328/2001 e successive è stato introdotto per l'accesso a queste professioni il titolo di laurea, e la laurea che consente di esercitare queste professioni è la stessa che consente di iscriversi anche all'albo di una professione di maggior prestigio (architetto iunior, ingegnere iunior e biologo iunior), oltretutto senza praticantato (cosa invece necessaria per le professioni di perito, agrotecnico e geometra, sebbene ridotto a 18 mesi). Questo ha fatto sì che nessuno si voglia più abilitare ad esse. Del resto un agrotecnico laureato non godrebbe di maggiore riconoscimento rispetto a un agrotecnico proveniente da un istituto professionale.
              Differenti tipi di caste, ma sempre di caste si tratta. Ciascuna con le sue esigenze e strategie per rimanere in vita.

              Faccio l'esempio di giurisprudenza in cui il laureato viene sbattuto in una realtà  che sulla carta era completamente diversa e in pratica non sa fare nulla a parte le fotocopie.
              Perché tu vedi Giurisprudenza come un corso finalizzato a formare avvocati. Su questo permettimi di dire che non sono d'accordo.
              Guai d'altronde se fosse così: già  abbiamo più avvocati di due grandi stati europei presi a caso messi insieme, ed è vero che l'Italia è più litigiosa, ma comunque il numero di avvocati in rapporto alle cause celebrate è abnorme, tanto che la quasi totalità  degli avvocati sotto i 35 anni ha la partita IVA nel regime dei minimi, con redditi che definire ridicoli è un eufemismo. Piuttosto, a più liti dovrebbe corrispondere semmai un maggior numero di magistrati (e non solo onorarà®).
              Giurisprudenza serve a formare avvocati, notaà®, funzionari e dirigenti della P.A., giuristi d'impresa, insegnanti di materie giuridiche. Una volta tra coloro che si laureavano in Giurisprudenza solo una minoranza accedeva al praticantato di avvocato; la maggior parte degli altri veniva assorbita dalla pubblica amministrazione. Oggi che il lavoro non c'è (nemmeno nel privato, che a dire il vero non ha mai offerto chissà  quali sbocchi ai laureati in Giurisprudenza), complici anche in primo luogo l'eliminazione del passaggio intermedio per la professione di procuratore legale e successivamente la riduzione del praticantato a 18 mesi, si buttano tutti a voler fare gli avvocati, tanto che il Consiglio nazionale forense per limitare il numero di iscritti all'albo, una volta appurato che l'idea di far correggere dalla commissione insediata nel'università  Y gli elaborati di chi ha sostenuto l'esame di Stato nell'università  X non è servito ad aumentare chissà  di quanto il numero dei bocciati (e la Federico II di Napoli continua a detenere saldamente il record dei promossi e a giocarsela con la Sapienza di Roma, anche se gli elaborati di tali atenei vengono valutati a Padova, Milano o Bologna), ha introdotto la previdenza obbligatoria anche in assenza di reddito, escogitando lo stratagemma della contribuzione minima alla cassa forense per tutti gli iscritti all'albo. Questo ha indotto una marea di gente a cancellarsi (mentre prima c'erano un sacco di scritti all'albo ordinario che non avevano neanche una posizione IVA a aperta e magari svolgevano da anni un altro lavoro incompatibile).
              A mio avviso si dovrebbe fare come in Spagna: laurea giuridica di 3 anni ad accesso (relativamente) libero e successiva formazione specialistica differenziata, da attuarsi nei corsi di secondo ciclo, per chi desideri diventare avvocato, notaio o magistrato, a numero programmato a seconda delle esigenze del mercato e di tipo non teorico ma tecnico-pratico. Inoltre per quanto concerne avvocati e notaà® il titolo dovrebbe essere direttamente abilitante visto che l'accesso al corso è frutto di una selezione a monte (faccio presente che attualmente le sedi notarili sono a numero programmato e infatti quella notarile è l'unica libera professione cui si accede per concorso, quindi sarebbe l'accesso alla professione di avvocato a venire limitato da questa ipotetica riforma, non quello alla professione di notaio).
              Inoltre io unificherei lauree magistrali e master universitari in un unico titolo il cui corso può avere durata variabile da 2 a 4 semestri (60, 90 o 120 crediti), così come prevederei che il primo ciclo possa durare dai 6 agli 8 semestri (180, 210, 240 crediti), in piena conformità  con il processo di Bologna.

              Una soluzione potrebbe essere far gestire direttamente agli ordini l'ultimo anno di studi in concerto con gli atenei un pò come succede a medicina.
              A Medicina l'Ordine non entra assolutamente; sono previsti 60 crediti di pratica clinica all'interno dell'azienda ospedaliera universitaria, se presente, oppure di strutture ospedaliere esterne convenzionate.
              BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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              • #8
                Originariamente inviato da Marika Visualizza il messaggio
                Ah, Yahoo Answers e Wikipedia per me non sono neanche da aprire a meno che tu non voglia sapere quant'è alto Gerry Scotti o la data di un film.

                ...E anche su quello c'è da stare attenti!
                BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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                • #9
                  A proposito della fantasiosa invenzione dell'«1+4» e della riforma «a Y», guardate questa chicca: di maio e' diventato pubblicista con 'il paese futuro'? no - gli articoli in cui diceva di essere... - Dagospia.
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