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Nuova Riforma Universitaria 2022
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Penso che ho letto un sacco di sciocchezze. D'altro canto stiamo parlando della Cgil, cioè dell'emblema dello statalismo illiberale.
La Cgil ha il timore che si apra la strada per l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Cosa rispetto alla quale, da fervente liberale einaudiano quale sono, non avrei niente in contrario, ma di cui riconosco la sostanziale infattibilità in quanto incompatibile con l'attuale – rigido – assetto costituzionale. Il valore legale è previsto dalla Costituzione (così come gli esami di Stato: averli aboliti per alcune professioni – ovviamente le solite favorite – è incostituzionale). Oltretutto abolire il valore legale significherebbe ripensare alla radice l'accesso al pubblico impiego e alle professioni regolamentate, l'esistenza delle professioni regolamentate stesse, gli ordini e collegi professionali etc.: uno stravolgimento che non si può di certo prevedere la sera per la mattina ma va attentamente studiato e accuratamente pianificato sul lungo periodo, con meticolosa ponderazione dei possibili effetti collaterali e puntuale raffronto tra gli esiti concreti e quelli attesi.
Ciò che si può fare nel breve-medio periodo è, invece, una attenuazione del valore legale; da questo punto di vista, io troverei molto intelligente una riforma che contempli:
a) la creazione di cicli flessibili, con il primo ciclo (laurea, bachelor) che può pesare 180, 210 o 240 crediti, corrispondenti a una durata normale di 3 anni, 3.5 anni (7 semestri) oppure 4 anni, e un secondo ciclo (master) da 60, 90 o 120 crediti, corrispondenti a una durata normale di 1, 1.5 anni (3 semestri) o 2 anni, così come in molti stati europei;
b) il mantenimento del sistema delle classi nel primo ciclo, con una semplificazione delle tabelle e la possibilità di attivare corsi interclasse che abbiano valore legale in tutte le classi con cui sono compatibili;
c) la totale autonomia universitaria sul secondo ciclo, i cui titoli, senza inspiegabile distinzione tra laurea magistrale e master, non sarebbero riferiti a classe alcuna e sarebbero valutabili ad sustantiam, salvo che siano progettati in convenzione con ordini professionali, dicasteri e altri portatori di pubblici interessi, nel qual caso svolgerebbero una funzione abilitativa, con esame di conseguimento del titolo avente valore di esame di Stato (sistema simile a quello spagnolo).
Al termine del primo ciclo si conseguirebbe un unico titolo denominato "laurea", corrispondente al grado internazionale di baccelliere e che conferisce la qualifica accademica di dottore. Con classi semplificate intendo che la tabella di classe deve limitarsi a stabilire che un certo numero di crediti – di norma la metà dei 180 minimi previsti per il ciclo – deve essere distribuito tra determinati settori scientifico-disciplinari, senza surrettizie distinzioni tra attività formative di base, caratterizzanti, affini e integrative, per la prova finale e le conoscenze linguistiche e altre. Inoltre metterei l'obbligo di ricondurre a settori scientifico-disciplinari anche le prove di idoneità linguistica e informatica, ancorché valutate con giudizi di idoneità e non in trentesimi, e la prova finale, e lascerei senza settore solo le attività professionalizzanti. La prova finale dev'essere obbligatoriamente una tesi: questo è in controtendenza rispetto ai costumi europei, ma contribuisce a restituire la centralità alla laurea, che nel processo di Bologna e nelle stesse norme italiane di recepimento (che evidentemente, rimaste lettera morta, sono parole-soltanto-parole-parole-tra-noi) è il titolo principale, mentre il secondo ciclo servirebbe solo per ottenere una formazione di livello avanzato necessaria per l'esercizio di attività di elevata qualificazione in àmbiti specifici. Nei corsi interclasse lo studente non dovrebbe più scegliere a quale classe riferire il proprio titolo, ma conseguirlo contemporaneamente in tutte le classi previste (anche più di due). Inoltre i singoli titoli (non le classi) dovrebbero essere automaticamente equipollenti, ai fini dell'accesso a concorsi e professioni regolamentate, alle classi con cui sono tecnicamente compatibili, in maniera tale da mettere un freno alla corsa al conseguimento di titoli multipli per ragioni puramente formali.
Al termine del secondo ciclo sarebbe rilasciato un unico titolo che io denominerei "master", corrispondente al grado internazionale omonimo e conferente la qualifica accademica di maestro (o licenziato). Così si porrebbe fine all'ambiguità oramai dominante sulla parola "laurea" e si metterebbe fine al mercato dei master farlocchi. Il principale risultato atteso sarebbe un drastico abbattimento delle iscrizioni al secondo ciclo, anche al fine di perseguire il precoce accesso al mercato del lavoro che nel 1997, quando furono avviati i processi di riforma, era il principale cruccio del legislatore, che si pose l'obiettivo di allineare l'età di accesso al lavoro dei laureati italiani (già svantaggiati dall'ingresso un anno più tardi nel sistema scolastico e nel fatto che esso dura complessivamente, per poter accedere all'università, un anno in più: 13 anni anziché 12) ai loro cugini europei. I master servirebbero davvero solo per l'accesso a professioni regolamentate (ivi compresi alcuni ruoli specifici nel pubblico impiego, come la funzione docente), con la garanzia dell'abilitazione (e la protezione del numero chiuso). Si metterebbe fine anche al paradosso tale per cui un laureato in Lettere o in Informtaica che abbia conseguito una laurea magistrale di classe LM-63 o LM-SC/GIUR può partecipare a questo concorso e io no: le amministrazioni sarebbero obbligate a richiedere una laurea afferente a una determinata classe anche laddove fosse necessario il master (che, al fuori degli àmbiti specifici, non lo sarebbe mai. In compenso potrebbe essere apprezzato come titolo di preferenza oppure conferire maggior punteggio).
Nel terzo ciclo rimarrebbero solo i dottorati di ricerca, così come sono adesso.
Ovviamente prevederei una norma transitoria per chi ha conseguito le attuali lauree magistrali: così come ai laureati del vecchio ordinamento è stata, de facto, inopinatamente regalata l'efficacia di lauree magistrali i cui contenuti essi nella maggior parte dei casi non hanno visto nemmeno col binocolo, i laureati magistrali avrebbero diritto all'equiparazione dei propri titoli con le nuove classi delle lauree ai fini dell'accesso a concorsi pubblici e insegnamento, mantenendo invece i previgenti regimi per l'accesso a professioni regolamentate. Ovviamente per chi ha conseguito lauree magistrali in fotocopia (ad esempio L-16+LM-63, L-18+LM-77, L-33+LM-56, L-24+LM-51), che poi sono la maggioranza dei laureati magistrali, ciò non cambierebbe niente perché la laurea magistrale diverrebbe equivalente alla laurea già posseduta; diciamo che la cosa potrebbe convenire solo a livello di voto, visto che generalmente alla magistrale si prende di più. Per tutti gli altri, che sono pochi, la cosa comporterebbe un vantaggio. In sostanza la vecchia laurea magistrale risulterebbe equivalente alle lauree, non ai master.
PS
La «ministra» quale nuova specie animale sarebbe?Ultima modifica di dottore; 19-04-2022, 13:57.BA Media & journalism BS Administration MPA Management & e-governance MBA General management LLM Law MA Political science MA Business & public communication PhD Digital law & economics

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