Ricordo a tutti che la lingua è uno strumento di mediazione simbolica e come tale è universale nell'àmbito della comunità dei locutori (N.B.: si tratta di elementi di sociolinguistica, non di una «supercazzola»). Le lingue si evolvono, certo, ma lo fanno seguendo il criterio economico (lo spiega bene Yasmina Pani, la cosiddetta antimurgia) e alcune caratteristiche permanenti (nel momento in cui esse mutano al punto da creare una rottura, cosa che comunque avviene gradualmente, cambia anche la lingua: vedi il passaggio dal latino ai volgari), non perché qualcuno a tavolino decide di modificarle, specie se lo fa in senso diseconomico e antifilologico e dunque contrario alla linea evolutiva naturale, che è finalizzata alla semplificazione, che a sua volta controbilancia l'arricchimento della lingua di nuovi lemmi causato dall'incremento della complessità sociale. L'evoluzione è riconosciuta dalla comunità dei locutori attraverso la comprensione e l'uso, pertanto attraverso di essi la lingua continua ad assolve alla sua funzione.
Regola 1: il genere dei sostantivi
In grammatica ‒ e questo vale per qualsiasi lingua ‒ quello di genere è un concetto meramente formale, non legato in alcun modo al sesso. Se in italiano melo è l'albero e mela è il frutto, non è perché il melo è dotato di pene e la mela di vagina, ed è un fatto meramente convenzionale considerare la prima parola maschile e la seconda femminile. Una tigre non è necessariamente femmina (mentre i suoi cuccioli anche se appellati col vezzeggiativo «tigrotti» non sono necessariamente maschi). In alcune varianti regionali dell'italiano (parlo di italiano regionale, non di quelli che impropriamente sono definiti dialetti, che sono altre lingue, alcune delle quali di lunga tradizione letteraria e ampiamente attestate in usi anche formali quali il veneto, il napolitano e il siciliano) i generi sono invertiti (vedi arancio che in Toscana indica anche il frutto; in Sicilia i frutti sono quasi tutti al maschile). Ci sono perfino parole che al singolare sono maschili e al plurale femminili o viceversa (uovo / uova, lenzuolo / lenzuola, [la] eco / echi) e parole ambigue perché possono essere sia maschili sia femminili (carcere, anche se l'uso al femminile nel singolare è desueto); anche queste regionalmente cambiano genere (raramente sentirete un toscano, anche di elevato livello di istruzione, dire «le lenzuola» o «le braccia»!). Dulcis in fundo, non è necessariamente maschile neanche l'apparato genitale maschile, come non è necessariamente femminile quello femminile: in italiano è così per i suoi componenti principali, mentre in altre lingue (vedi siciliano) accade addirittura l'inverso.
Vieppiù, il maiale che compriamo al supermercato non è necessariamente maschio, mentre la scottona, al netto di frodi, è necessariamente femmina (femmina di bovino mai stata gravida e macellata in occasione del primo estro): questo perché anche per i sostantivi che hanno un corrispettivo femminile accade il fenomeno che vedremo nel paragrafo successivo per gli aggettivi, cioè che il maschile svolge la funzione di genere non sessualmente marcato. Ovviamente se l'animale ha un nome univoco solo femminile (vedi pecora) sarà il femminile a svolgere la funzione di genere non marcato.
In latino esisteva il neutro, che si è perso per ragioni di economia linguistica. Il neutro tendeva però a identificare maggiormente gli oggetti, ciò che è inanimato. Per molti animali e anche vegetali il genere era maschile o femminile.
Quindi il fatto che le parole sindaco, medico, avvocato, magistrato, giudice, deputato al femminile non esistano non è minimamente discriminatorio nei confronti di una donna, così come un uomo (nel senso di essere umano di sesso maschile) che svolge la professione di guida turistica o quella di guardia giurata non si offenderà di certo perché tali parole sono femminili. Inutile dire (perlomeno inutile per chi conosce la grammatica) che gli articoli seguono il genere dei sostantivi con cui sono concordati, pertanto esistono la guida e il ministro indipendentemente dal sesso della persona che svolge la professione o ricopre l'incarico politico. Giova peraltro precisare che una cosa è la persona, una cosa il ruolo, la professione, la carica, l'istituto giuridico. Se io mi rivolgo a una laureata appellandola con la sua qualifica accademica, la chiamerò «dottoressa», perché questa parola esiste come specificamente destinata all'uso quale complemento di vocazione e comunque in apposizione al nome (a differenza di avvocatessa e medichessa, parole storicamente attestate con accezione fortemente dispregiativa oppure come moglie dell'avvocato o del medico). Ma se io la proclamo dopo la discussione della tesi, le conferisco la laurea di dottore, non la laurea di dottoressa. Se io mi chiamo Genoveffa, sono un giudice e sto emettendo una sentenza, scriverò «il giudice dott.ssa Genoveffa», perché la parola "giudice" (che peraltro è invariabile a prescindere) si riferisce alla funzione che sto esercitando, mentre l'apposizione è riferita a me come persona. Oggi sono andato a colloquio con la professoressa Trofimena, ma Trofimena è professore ordinario presso l'Università degli studi di Topolinia "Paperon de' Paperoni".
Regola 2: il genere degli aggettivi
Gli aggettivi in lingua italiana sono declinabili per genere e numero. I generi sono due: quello non marcato, convenzionalmente definito maschile, e quello femminile. Quando ci si riferisce a un soggetto o un oggetto di sesso o genere indefinito (ad esempio una persona ipotetica) ovvero a una pluralità di soggetti o oggetti di genere misto si usa invariabilmente il maschile. Flavio Insinna, che tutte le sere saluta le amiche e gli amici, le ghigliottiniste e i ghigliottinisti, i campioni e le campionesse, il fortunato o la fortunata, probabilmente crede di essere inclusivo, ma semplicemente sbaglia, poiché il genere non marcato è già inclusivo di suo e non è gradevole (oltre che filologicamente sbagliato perché diseconomico) esprimersi per ridondanze e pleonasmi (che sono figure retoriche e come tali meritevoli di un uso attento e parsimonioso).
Dire «le donne e gli uomini», poi, è la più grande stupidaggine della Terra, perché uomo è un qualsiasi individuo del genere biologico Homo (il genere, per la cronaca, non ha niente a che fare con il sesso, ma è l'elemento della classificazione tassonomica superiore alla specie).
Spoiler: anche nelle lingue in cui esiste il neutro, generalmente il maschile è in genere non marcato, poiché il neutro è quasi sempre riferito a cose inanimate. Quindi è errato dire sia che il maschile è sovraesteso sia che il maschile non marcato in italiano supplisce all'assenza del neutro. La funzione di supplenza, se così vogliamo chiamarla, è svolta sia dal maschile sia dal femminile, posto che le parole che in latino erano neutre per forza di cosa si sono dovute trasformare in maschili o (peraltro più spesso) femminili.
Regola 3: la schwa è una vocale inesistente in italiano
La schwa non è un segno grafico, ma una vocale vera e propria, segnatamente la vocale centrale (o intermedia) semichiusa non arrotondata. Dal napolitano all'inglese, passando per tutte le lingue slave e svariate altre lingue romanze, è presente in moltissime lingue, ma non in italiano. In nessuna delle lingue in cui è presente ha un grafema proprio (in napolitano ad esempio appare a volte come a e a volte come e: vedi la parola "màmmeta", in cui entrambe le vocali non toniche sono intermedie semichiuse non arrotondate. In alcuni dialetti della lingua napolitana, nonché nel napolitano arcaico, è presente anche quella arrotondata, che di solito si rende come u). La e rovesciata (che questo forum non supporta) è una lettera dell'alfabeto fonetico dell'Associazione fonetica internazionale, che è un alfabeto per usi speciali (serve per indicare la pronuncia) e non un alfabeto linguistico. Quindi i motivi per cui il simbolo della schwa non è utilizzabile in italiano sono due: il primo è che non è possibile introdurre nell'alfabeto latino, che è un alfabeto linguistico, elementi propri di un alfabeto fonetico convenzionale translinguistico progettato a tavolino per indicare la pronuncia; il secondo è che esso fa riferimento a un suono che in italiano non esiste.
Regola 4: l'asterisco è un segno di rimando
L'asterisco è un segno di punteggiatura che serve a rinviare a una nota. E nient'altro. Non fa parte dell'alfabeto, dunque non è possibile usarlo per comporre parole.
Regola 5: se contesti ciò che è stato sin qui scritto, o sei intellettualmente disonesto o non hai capìto niente
…E per non aver compreso un testo del genere nella propria lingua madre o equivalente, bisogna essere funzionalmente analfabeti.


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