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SBOCCHI CON UNA LAUREA IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE

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  • #61
    dottore abbiamo evidentemente due percezioni differenti della laurea. Per te conferisce competenze immediatamente spendibili nel mondo del lavoro che vorresti ti siano riconosciute in termini economici, per me assolutamente no. Con una laurea (e condivido con te, solo con alcuni tipi di laurea) hai possibilità di ingresso nel mondo del lavoro che non avresti solo con il diploma.

    Anche lato contrattazione, ho sempre trovato il mercato italiano molto flessibile. Mi e' sempre stato chiesto il livello di inquadramento contrattuale e la RAL annua, e mi sono sempre state fatte offerte al rialzo, magari con l'inserimento di benefits. E' la mia esperienza, ma credo sia comune a tanti, almeno nel nord Italia.

    In Svizzera (conosco solo la realtà ticinese dove vivo e lavoro) lo stage esiste ed e' pagato 1400CHF/mese e lo stipendio medio di ingresso di un neolaureato e' di 2800CHF che con i costi esorbitanti della vita e' pari ai nostri 1000euro.

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    • #62
      Originariamente inviato da JMaskelyne Visualizza il messaggio
      dottore abbiamo evidentemente due percezioni differenti della laurea. Per te conferisce competenze immediatamente spendibili nel mondo del lavoro che vorresti ti siano riconosciute in termini economici
      Io invece credo che abbiamo due concezioni diverse della lingua italiana, visto che continui a dedurre cose che non ho scritto e non comprendi ciò che ho scritto.

      Con una laurea (e condivido con te, solo con alcuni tipi di laurea) hai possibilità di ingresso nel mondo del lavoro che non avresti solo con il diploma.
      Questa è una sciocchezza.
      Con una laurea dovresti poter aver accesso a lavori che senza laurea non puoi fare, semplicemente. Ciò è particolarmente evidente in Germania, Francia, Spagna, Italia e altri stati ad altissima regolamentazione delle professioni intellettuali e in gran parte anche del lavoro dipendente, ma vale anche altrove, perché di solito (ove «di solito» è da intendersi come salvo eccezioni) chi non è laureato non arriva a fare il top manager e chi è laureato non fa l'operaio. Nessuno ha detto che per il solo fatto che sei laureato devi fare il manager immediatamente, ma se parti dallo stesso livello del non laureato e puoi arrivare a svolgere la stessa sua carriera allora la laurea non serve a niente. E non mi pare che sia così nel resto d'Europa, a meno che nel resto d'Europa non ci siano netturbini, camerieri con laurea magistrale e io non ne sia a conoscenza.
      Per quanto riguarda la retribuzione, essa è diversa in funzione della mansione svolta e del conseguente livello di inquadramento. Mi pare ovvio che se da laureato svolgo una mansione da laureato (spoiler: le mansioni da laureato esistono) dovrò essere pagato di più di colui che fa le pulizie, e diversi dovranno essere anche i nostri salari in ingresso. Ovviamente se per qualche motivo il datore di lavoro dovesse decidere di valorizzare un non laureato e fargli fare la stessa cosa che fa il laureato lo pagherà di conseguenza, così come se io, plurilaureato, vado a fare lo spazzino non posso pretendere di essere pagato quanto il direttore generale dell'impresa di pulizie. In altre parole, la diversa retribuzione dipende dalle mansioni che si svolgono e generalmente queste mansioni sono collegate, più o meno rigidamente (per prassi, per contratto, per legge etc.), a dei titoli di studio. Quando la correlazione non è rigida, l'esperienza può sostituire il titolo e dunque si può arrivare per carriera laddove avendo il titolo si entra dall'inizio. Ma se per esempio devo fare la manutenzione delle caldaie, per legge devo avere il titolo abilitativo di cui all'art. 287 del d.lgs. 152/2006 e se svolgo quest'attività senza possederlo si configura il delitto previsto e punito dall'art. 348 cod. pen., di cui risponde anche il mio datore di lavoro in concorso (ovviamente a meno che io non lo abbia frodato in merito alle credenziali da me possedute, il che secondo gli ultimi orientamenti di Cassazione integra il reato di truffa).

      Anche lato contrattazione, ho sempre trovato il mercato italiano molto flessibile. Mi e' sempre stato chiesto il livello di inquadramento contrattuale e la RAL annua, e mi sono sempre state fatte offerte al rialzo, magari con l'inserimento di benefits. E' la mia esperienza, ma credo sia comune a tanti, almeno nel nord Italia.
      Una delle cose che più irrita gli esperti di diritto è sentirsi rispondere, dopo aver spiegato a qualcuno (magari su sua richiesta) una legge, è con espressioni di incredulità o reticenza, spesso accompagnate da aria di sufficienza, legate al fatto che la propria esperienza è diversa. Va bene coltivare il dubbio, ma generalizzare la propria esperienza e farla assurgere a regola è atteggiamento tipico di una cosa che si chiama analfabetismo funzionale. E io sono sicuro che tu analfabeta funzionale non sei, altrimenti neanche starei a perdere tempo.
      Credere che la propria esperienza, per quanto ampia, valga erga omnes è fallacia ecologica; il fatto che poi la si correli all'Italia settentrionale è la prova che non si sa di cosa si sta parlando: o forse l'Italia settentrionale è un ordinamento giuridico e io non me ne sono accorto?
      Ti rivelo un segreto: nell'Italia settentrionale vige lo stesso codice civile, lo stesso diritto del lavoro, lo stesso ordinamento giuridico nel suo complesso che vige nell'Italia centrale e nell'Italia meridionale (nell'Italia insulare no perché è composta esclusivamente da regioni a statuto speciale).
      Tanto premesso, l'ordinamento giuridico non definisce la realtà per ciò che è, ma per come dovrebbe essere. Innanzitutto va fatta una distinzione tra civile e penale: mentre il rispetto della legge penale (e in generale delle norme pubblicistiche, anche di carattere amministrativo, ma per esigenze di semplificazione tralascio il diritto amministrativo in questa sede) è una pretesa della pubblica autorità, tanto che avverso le violazioni della stessa si procede di norma d'ufficio (l'azione penale in Italia è peraltro obbligatoria), le regole del diritto civile, essendo per definizione privatistiche, possono essere fatte valere solo da chi vi abbia interesse, secondo i seguenti principî: nemo iudex sine actore, ne procedat iudex ex officio e ne eat iudex extra/ultra petita partium. Vale a dire che non esiste giudice senza attore, il giudice non può procedere d'ufficio e il giudice non si può esprimere al di là (oltre) delle richieste delle parti.
      Ordunque, probabilmente io e te stiamo semplicemente parlando di due cose diverse: tu parli di mercato del lavoro, io di diritto del lavoro.
      In Italia il mercato del lavoro privato è in larghissima parte illegale, e non è una novità. So che al non giurista (e al non pratico del diritto) sembra strano, ma – tanto per fare un esempio – utilizzare un contratto di tirocinio formativo e di orientamento per far lavorare qualcuno è illegale (poi possiamo discutere su dove si colloca il confine tra stage e lavoro, che poi è ciò su cui si vince o si perde la causa, ma in linea di inderogabile principio lo stage lavoro non è). Eppure quante migliaia di annunci di stage ci sono sui portali di lavoro? Viepiù, quante centinaia di migliaia di offerte di lavoro sono presenti che poi sul posto si rivelano stages? Questo prova che sia lecito? Sicuramente no. Prova che sia tollerato? Nemmeno, perché l'unico titolare del potere di ristabilire la legalità è il diretto interessato; lo Stato non mette bocca negli affari dei privati tra di loro. Poi, per carità, ci sono dei casi estremi in cui si integrano fattispecie penali o comunque sono comportamenti antigiuridici di rilievo pubblicistico (caporalato, evasione contributiva, mancato rispetto di norme sulla sicurezza) e rispetto ai quali, pertanto, l'autorità giudiziaria o amministrativa procede d'ufficio, ma nella maggior parte dei casi le norme a tutela dei lavoratori sono squisitamente privatistiche. Ecco perché quando qualche politico, tipicamente di sinistra, propone contro lo sfruttamento del lavoro, i full time pagati come fossero part time, il lavoro nero ricette come il salario minimo sta dimostrando di essere o un marpione populista o un colossale ignorante: non esiste alcuna legge che possa contrastare dinamiche di mercato che dipendono esclusivamente dall'andamento dell'economia; le leggi che ci sono sono già più che sufficienti, ma dev'essere sempre e comunque colui nei confronti del quale vengono violate a dover farle valere in giudizio. In particolare il salario minimo in Italia è già definito dai contratti collettivi, differenziato per area/categoria/livello; se il datore di lavoro non lo rispetta, si può andare dal giudice a chiedere che venga applicato. Altri ordinamenti, nei quali la contrattazione collettiva o non esiste o è molto debole, prevedono il salario minimo, ma anche in quegli ordinamenti se non viene rispettato il lavoratore si deve rivolgere al giudice, a meno che non siano stati di polizia (e personalmente preferisco barattare il rischio che qualcuno non rispetti le leggi con un po' di libertà in più).
      Altra cosa manifestamente illecita è la stipulazione di contratti a tempo determinato per fini di prova, eppure è la prassi sin dal 1992, così come è prassi stipulare contratti a tempo determinato senza causale anche nei casi in cui la legge la impone (al riguardo, un'ennesima riforma è in itinere proprio in questi giorni), oppure con causali generiche, che è giuridicamente equivalente a senza. E infatti al riguardo c'è moltissimo contenzioso e si conclude quasi sempre a favore del lavoratore.
      Non parliamo poi dei finti lavoratori autonomi, titolari di partita IVA ma che nei fatti sono lavoratori subordinati, stabilmente inseriti in un'organizzazione funzionale gerarchica nella quale sono eterodiretti, che lavorano presso la sede del committente unico fruendo di attrezzature da esso fornite e con assoggettamento a orari precisi. Hanno fatto una legge che stabilisce che qualora ricorrano questi presupposti si presume che si tratti di una simulazione di un contratto di lavoro dipendente a tempo determinato: legge inutile poiché l'accertamento e la declaratoria di ciò spetta sempre al giudice cui spetta la conoscibilità e il sindacato in materia, che deve essere adito dalle parti e che procedeva in questo stesso e identico modo anche prima della norma, totalmente superflua visto che il giudice è sempre tenuto ad applicare il contratto sostanziale e non quello formale per principio giuridico fondamentale.
      E comunque è complicato far valere anche le norme pubblicistiche. Pensiamo ad esempio che esistono delle norme imperative di carattere pubblicistico sulle modalità di reclutamento e in particolare sui dati che devono contenere obbligatoriamente gli annunci di lavoro: non le rispetta praticamente nessuno e ricordo vagamente di un unico caso in cui al trasgressore sono state irrogate le sanzioni previste dalla legge.
      Ora, quando tu mi parli di contrattazione flessibile, basata sulla RAL («RAL annua» è un pleonasmo) percepita sino a quel momento, possiamo parlare di diverse ipotesi:
      1. impresa che non applica la contrattazione collettiva.
      2. impresa che applica la contrattazione collettiva solo per gli operaî e gli impiegati, mentre per i quadri e i dirigenti – e tu sei uno di quelli – stipula contratti individuali.
      3. impresa che applica un contratto collettivo solo formalmente, poiché di fatto concorda la retribuzione con il dipendente e poi usa il CCNL come paravento.
      Il caso n. 1 è legittimo qualora le retribuzioni offerte siano superiori a quelle del contratto o dei contratti collettivi di categoria. Se l'impresa è di dimensioni tali da avere la rappresentanza sindacale, però, quest'ultima dev'essere d'accordo.
      Il caso n. 2 è legittimo. Il trattamento economico fondamentale dev'essere comunque non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi (i quadri solitamente hanno lo stesso contratto degli impiegati e degli operaî, i dirigenti ne hanno uno a parte). Il trattamento accessorio invece può essere estremamente variabile anche individualmente in funzione dei diversi obiettivi strategici attribuiti a ciascun quadro o dirigente, che dovrebbero essere ben chiari ed esplicitati possibilmente per iscritto (ma non è obbligatorio dato che il contratto di lavoro richiede la forma scritta solo ad probationem e non da substantiam; ovviamente in assenza di contratto scritto servono testimoni o altro genere di prove documentali).
      Il caso n. 3, che direi essere il più diffuso, è totalmente illegale. E spesso il lavoratore, per ignoranza giuridica, neanche se ne accorge. Infatti tipicamente si stipula un contratto individuale (magari a voce) nel quale si stabilisce una cifra, dopodiché il lavoratore viene inquadrato nel livello più vicino a quella cifra e il resto gli viene dato sotto forma di superminimo o benefits. In questo caso, che è tipico delle piccole e medie imprese (in Poste italiane, Tim, Fsi, Rfi, Trenitalia, Enel, Leonardo, Fincantieri, Intesa Sanpaolo, Unicredit una cosa del genere sarebbe impossibile perché i sindacati sono forti e non lo consentirebbero), càpita di incontrare persone inquadrate in livelli diversi che fanno le stesse cose, così come può capitare addirittura che una persona inquadrata in un dato livello svolga mansioni più qualificate di una inquadrata a un livello più basso. Il livello infatti viene utilizzato ignorandone la componente giuridica (che ne definisce le mansioni e, talvolta, le caratteristiche soggettive richieste per svolgerle) e tenendo conto del solo aspetto economico. Personalmente conosco due società neanche tanto piccole che operano in questo modo e che utilizzano la promozione di livello come elemento premiale per dare un aumento a lavoratori che però continuano a svolgere lo stesso lavoro di prima. Il fatto che sia un andazzo diffuso e che i lavoratori stessi non sappiano che è illegittimo (eppure trovare i contratti non è difficile: sono tutti sul sito del Cnel) non significa che costituisca la norma. Se si va dinanzi al giudice il datore di lavoro rischia di dovere risarcire parecchio, ma al datore di lavoro conviene lo stesso perché sa che ad adire il giudice sarà sempre un'esigua minoranza dei lavoratori.
      Tu pensa che c'è una famosissima società di consulenza, una multinazionale, che ha tutto un apparato di liberi professionisti che di fatto lavorano come dipendenti senza battere ciglio, probabilmente perché fa comodo anche a loro dal punto di vista economico (e anche perché sono situazioni border line dal punto di vista deontologico, delle quali possono essere chiamati a rispondere). E in effetti la chiave di tutto è lì: chi è abituato a lavorare in realtà molto dinamiche, le quali diciamo che applicano allegramente le norme ma in un modo che incontra l'interesse del lavoratore, non percepisce l'illeceità di certe condotte; coloro a cui invece vengono proposti 700 euro al mese per fare i camerieri 12 ore percepiscono la cosa come ingiusta e da questo deducono che che sia illegale (in realtà le due sono variabili reciprocamente indipendenti).

      In Svizzera (conosco solo la realtà ticinese dove vivo e lavoro) lo stage esiste ed e' pagato 1400CHF/mese e lo stipendio medio di ingresso di un neolaureato e' di 2800CHF che con i costi esorbitanti della vita e' pari ai nostri 1000euro.
      Non conosco la legislazione elvetica al riguardo: anche lì la legge dice che il tirocinionon va inteso come un rapporto di lavoro e anche lì viene utilizzato in maniera abusiva? E quali sono gli stipendi medi di ingresso del lavapiatti e del netturbino?
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