Ho apprezzato quanto detto dalla Garito, forse la maggiore esperta mondiale di didattica a distanza (ho anche recentemente letto il suo libro "L'università nel XXI secolo, tra tradizione e innovazione" che vi consiglio di leggere), che ha presentato il modello formativo implementato dalla nettuno. Particolarmente interessante quando dice che i docenti video sono stati selezionati tra i massimi esperti mondiali del loro campo, peccato solo che si sia scordata di dire che parte di questi sono, già da qualche decina d'anni, passati a miglior vita e che in molti ambiti il progresso nel frattempo ha fatto passi da gigante. Pur non avendo trovato, e parlo della mia esperienza per i corsi di ingegneria, lo studio alla nettuno particolarmente entusiasmante, ciò non toglie che sia uno degli atenei più quotati.
Mi lascia invece perplesso la Meneghetti, quando dice: "L’università tradizionale continua a restare il luogo del dialogo. Per far maturare gli studenti non basta impartire degli insegnamenti, bisogna costringerli a dialogare. Il dialogo prevede non solo l’interazione docente-studente, ma anche quella con la comunità degli studenti."
Teoricamente considerazioni giuste, soprattutto se si parla di studi umanistici, ma il tutto va contestualizzato per i diversi corsi di laurea. Vorrei che la Meneghetti mi venga a spiegare, parlando ad esempio della Sapienza e di certi insegnamenti dove in un'aula non è raro trovare stipati almeno 300 studenti, alcuni dei quali seduti per terra per mancanza di spazi e altri impegnati a farsi comodamente gli affari loro, che interazione si possa venire a creare tra docenti e studenti in quello che più che un consesso di sapere e cultura appare come una bolgia dantesca.
La Meneghetti sembra poi non sapere che esistono gli studenti non frequentanti, che per certi corsi di studio possono arrivare al 20-30% (e forse anche più), la cui unica interazione con altri studenti potrebbe essere quella di mendicare gli appunti delle lezioni. E che dire poi, e se ne è già discusso parecchio, delle interazioni e del dialogo che uno studente può avere con i docenti, e sono la maggior parte, che non rispondono alle email, neppure a quelle di richiesta di prenotazione per il ricevimento in presenza?
Non è forse meglio in questi casi seguire le lezioni di una telematica comodamente seduti sul divano di casa propria, facendo ripartire il video tutte le volte che si vuole? Dopo 20 volte di fruizione dei contenuti di una lezione i concetti si apprendono anche senza particolari sforzi.
Con queste premesse non c'è da meravigliarsi se, come afferma la Meneghetti, uno studente si iscrive al primo anno in una università tradizionale e poi si trasferisce in una telematica: costi inferiori (specie se si tratta di studenti con ISEE elevati), niente perdite di tempo e spese di trasporto per raggiungere l'università o, per i fuori sede, niente spese di alloggio e pasti, che per città come Milano possono arrivare a livelli indecenti.
Per la studentessa pugliese che studia filosofia a Torino stenderei un velo pietoso. Come dice dottore bisognerebbe capire perché trasferirsi dalla Puglia a Torino. Sicuramente l'ateneo torinese è un'eccellenza mondiale per gli studi filosofici, e non ci piove, ma data la scarsa spendibilità di una laurea in filosofia, il rapporto costi-benefici di una scelta del genere quale può essere? Fare due chiacchere interattive in presenza con i compagni di corso? Visitare tutti i bar e i locali di Torino? Da quanto da lei stessa affermato le lezioni si svolgono tre giorni alla settimana dalle 10 alle 16; e gli altri 4 giorni cosa fa?
Il servizio si conclude con un ex studente della Giustino Fortunato che (come me) in quell'ateneo ha conseguito due lauree. Sicuramente si tratta di una telematica di nicchia, a mio parere tra le migliori telematiche italiane, con pochi studenti (parte dei quali, in particolare quelli della zona di Benevento, che seguono le lezioni in presenza come in un ateneo tradizionale) e servizi di alto livello. Per quanto mi riguarda, e sempre prendendo a prestito le parole della Meneghetti, ho avuto più dialogo con i docenti (di molti dei quali avevo anche il numero di cellulare) e più interazioni con i compagni di corso rispetto agli atenei tradizionali che ho frequentato.
Ma perché la Meneghetti la definisce un'eccezione, quando invece dovrebbe essere il modello di ogni telematica? Forse perchè nella mentalità italiana la telematica per eccellenza (o meglio la triade che si spartisce gran parte degli studenti) è vista come un ateneo per fancazzisti?

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